500px-Ninedots.svgIl cambiamento, una parola che ricorre da oltre vent’anni, ad ogni campagna elettorale si sventola la parola cambiamento. Ma se sapessero come funziona davvero il cambiamento i politici direbbero la verità: non siamo capaci di cambiare perché non siamo capaci di pensare in maniera diversa. Per pensare in maniera diversa occorre uscire un attimo dal sistema e guardarlo dall’esterno, come si fa con un sintomo, e scoprire tutta la sua assurdità, tutta la sua finzione, scopriremmo la nostra ombra, i nostri difetti, le nostre immaturità, e poi prenderemmo le dovute soluzioni per “cambiare” direzione. Ma quale attuale ministro ha fatto questo lavoro? La presunzione di sapere come funzionano i sistemi di governance impedisce loro di vedere che non funzionano! E quando un sistema funziona male di solito si cura da sé senza mezze misure, con il collasso che comporta un cambiamento drastico e traumatico.

Chi è che decreta il cambiamento? Il cambiamento è sempre provocato dall’ambiente, se l’ambiente cambia allora si attuano strategie opportune per la sopravvivenza e l’adattamento. Ma finché l’ambiente non cambia l’organismo se ne sta bello spaparanzato a godersi la ricchezza momentaneamente offerta da quell’ecosistema. Le alte classi dirigenziali non avvertono nessun tipo di cambiamento nell’ambiente in cui si muovono, per questo non hanno la benché minima competenza per far fronte alla crisi. Ne parlano solo per avere consensi popolari, ma poi, a porte chiuse, decidono il da farsi su un ambiente che percepiscono uguale a quello in cui sono sempre vissuti e quindi non avvertono la necessità di modificarlo.
Quando Luigi XVI chiamò due economisti  dell’epoca, Turgot e Necker, per risolvere il grave deficit della Francia del XVIII secolo le loro soluzioni si diressero verso l’abolizione dei privilegi tributari di nobili e clero e il taglio delle spese di corte. Non serve ricordare che queste riforme non furono approvate e la rivoluzione francese ebbe il corso che tutti conosciamo. Il sistema “monarchia” collassò e il cambiamento fu drastico.

Siamo di fronte ad uno scenario simile e coloro che liquidano il malessere generale con pressapochismo e qualunquismo del tipo “come hanno fatto i nostri nonni a sopravvivere dopo la guerra quando non c’era niente?” (intendendo tacitamente che chi è diventato povero non si deve lamentare più di tanto!), è inutile dire che non fanno parte del “terzo stato“, hanno un posto di lavoro sicuro e pensano che a loro la sorte dei loro nonni non toccherà, ma se tocca alla maggioranza delle persone non importa.

Il noto problema dei nove punti è un esercizio usato nel problem solving per mostrare come spesso una soluzione può essere trovata cambiando schema di pensiero oppure riconsiderando le regole stesse del gioco. Coloro che si trovano davanti a questo esercizio ritengono che sia illecito andare fuori il quadrato immaginario delimitato dai nove punti, ma in realtà non c’è nessuna regola a priori che lo vieti. Sebbene i problemi di un sistema economico siano ben più complessi, il principio è sempre lo stesso: non riusciamo ad immaginare altre regole del gioco e giochiamo sempre con le stesse regole che ci portano sempre a perdere, un po’ come il gioco delle slot machine: per uno che vince cento devono perdere!

Quindi cambiare strategia politica verso un nuovo modo di pensare la gestione dello stato e lo stile di vita di tutti coloro che da esso traggono vantaggio (“La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) è impossibile per chi ne fa parte, come fu impossibile per il clero e la nobiltà della Francia del XVIII secolo promuovere riforme contro i propri interessi. La distribuzione più equa della ricchezza sembra non sia una caratteristica sistemica che il genere umano possa perseguire a lungo.

Il cambiamento effettivo non avviene con una presa di coscienza, ma con un’azione pratica, anche minima. Nel panorama politico italiano stanno avvenendo dei piccoli cambiamenti, non per effetto di una presa di coscienza dei problemi reali del paese (benché si sia sempre propagandato il contrario), ma perché una forza fuori dal sistema politico ha acquistato consensi e i “privilegiati” rischiano di perdere voti. In questo caso ringraziamo che non siamo in una monarchia assoluta, ma in una repubblica parlamentare con elezione diretta dei rappresentanti (sebbene con un metodo molto poco diretto come il “porcellum”),  così forse ai “nuovi nobili” non verrà tagliata la testa.

(fonte immagine)

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