4830394467_2324c21bc5_bIl termine inconscio è legato al padre della psicoanalisi Sigmund Freud, che aveva intuito che nella nostra mente c’è un “luogo” a noi ignoto, sede di pensieri, desideri, emozioni inaccettabili per la nostra coscienza, e che si esprimono per vie traverse attraverso i sintomi, i sogni, i lapsus, le dimenticanze, i motti di spirito, l’umorismo. È stata dura per il nostro caro Freud far passare questo concetto nella cultura scientifico-accademica del tuo tempo.
Alle persone piace pensare, ancora oggi, di avere una libertà di pensiero, di comportamento e sentimentale che in realtà non hanno, e non vogliono rinunciarvi. Preferiscono credere che le teorie sull’inconscio siano solo delle speculazioni fantasiose piuttosto che una parte della mente a loro sconosciuta.

Es e Super-Io

L’inconscio di Freud, oltre che sede dei contenuti rimossi, è anche la sede dell’Es e del Super-Io.

  • L’Es è la spinta delle passioni, della creatività, dell’Eros, della libido, dell’energia vitale, ma anche dell’aggressività, dei desideri inaccettabili, dell’irrazionale, della ribellione contro le regole. L’Es è come un bambino che vuole soltanto fare ciò che più gli piace senza tener conto delle convenzioni sociali; pretende la soddisfazione immediata delle proprie pulsioni e se non vi riesce trova degli espedienti e dei succedanei che sconfinano nella psicopatologia.
  • Il Super-Io, al contrario, è bacchettone e moralizzatore, tutto improntato sul senso del dovere e dell’etichetta sociale, sulla rigidità e sull’incasellamento della persona nella norma condivisa e approvata. È l’introiezione/proiezione degli ordini e dei divieti genitoriali. Il Super-Io ha una percezione del Sé esageratamente perfetta e idealizzata e se l’Io non rispetta tali standard elevati ecco pronta la colpa, la condanna e la punizione.

Il povero Io
Il povero Io, l’unica parte di noi di cui siamo coscienti, deve districarsi tra questi due tiranni e la realtà esterna con le sue richieste, pressioni, condizionamenti e adattamenti.
Freud sosteneva che il processo di guarigione consiste nel sottrarre quante più terre all’Es e portarle sotto il dominio dell’Io.

L’inconscio collettivo
Un altro padre della psicologia è Carl Gustav Jung, che ha scoperto non solo che noi abbiamo un inconscio personale, ma ne abbiamo anche uno collettivo che ospita gli archetipi.
Possiamo considerare gli archetipi come una sorta di corredo psicoantropologico connaturati alla psiche dell’uomo fin dalla nascita del primo organismo unicellulare.

Il Sé
L’archetipo più importante è il Sé, al quale giungiamo tramite un processo che Jung definisce di individuazione. Un individio è sano quando è centrato, ossia quando tutte le sue componenti sono unite e in sintonia con il suo vero Sé, ossia il nucleo fondamentale della sua psiche, ciò per cui è nato e per cui procede.

L’ombra e la persona
Altri due archetipi importanti sono la persona, che sarebbe la nostra maschera, e l’ombra, che consiste in tutto ciò che noi non accettiamo circa noi stessi. Chi di noi si definirebbe meschino, vigliacco, invidioso, cattivo, desideroso del male altrui, pieno di desideri incestuosi e intenzioni omicide? Saremmo dei mostri solo a pensarlo! Eppure queste emozioni negative e questi pensieri orribili albergano ontologicamente dentro di noi e sono presenti in ogni psiche. Ma averli non significa affatto essere in tale maniera! Ammettere, riconoscere, e accettare questi stati negativi equivale a metterli in una zona franca: stanno lì, ogni tanto emergono, ma noi non li giudichiamo né ci accusiamo, semplicemente li lasciamo scorrere.  Più li rinneghiamo più li proiettiamo sugli altri, ma attenzione a non dar loro troppa importanza: ci indurrebbero a cadere nel loro abisso.

L’impresa eroica
L’impresa eroica consiste proprio dal non farsi spaventare dai propri “mostri interiori”; in ogni viaggio l’eroe scende nell’Ade e poi ne riemerge. Occorre solo conoscerlo per spezzare l’ingenuità della nostra fanciullezza e poi di corsa uscire a riveder le stelle.

È tempo delle altezze
Una volta perlustrato l’abisso è tempo di visitare le altezze. È in alto che si trova il nostro vero Sé, e non in profondità, dove viene erroneamente collocato. Anche se la profondità ci dà spessore e lungimiranza, scendere è sempre molto più facile che salire. Il vero viaggio inizia ai piedi della montagna. È durante il percorso che quei “mostri” si presenteranno sottoforma di paura (e sintomi); ma se noi li riconosciamo non ci possono nuocere.

Nietzsche amava la metafora della scalata verso la vetta per rappresentare la volontà di superare le fatiche e gli ostacoli della vita al fine di raggiungere un benessere maggiore.
“Scalare 3451 metri di costoni e pareti non è impresa facile. Anzitutto occorrono almeno cinque ore, e poi bisogna seguire sentieri costretti e impervi, aggirare improvvisi macigni e attraversare fitti boschi di pini, vincere le difficoltà respiratorie dovute all’altitudine, aggiungere strati di indumenti per contrastare il vento e addentrarsi tra le nevi perenni.  (…) Ma una volta raggiunta la vetta vi regna un silenzio straordinario e si ha la sensazione di toccare la volta del cielo con un dito… Ci si ritrova a sorridere senza una ragione particolare: una risata innocente che sgorga dal profondo ed esprime una primordiale gioia di esser vivi e di contemplare tanta bellezza.” (cit. Alain De Botton, Le consolazioni della filosofia, pag 242).

È l’idea di benessere che ci attiva, e non la carenza. I bisogni che ci spingono su per la vetta non sono quelli di mancanza, ma quelli di tensione verso la propria autorealizzazione, verso l’attuazione del proprio Sé.

(fonte immagine)

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