5061755813_6491f6e513_b“Lo que tu eres me distrae de lo que tu dices”, questo verso è di una poesia d’amore di Pedro Salinas ma è molto più rappresentativo in psicologia dove esprime una sacrosanta verità : ciò che sei mi distrae da ciò che dici. Ci raccontiamo tante bugie, parliamo di noi come se ci conoscessimo benissimo, e poi facciamo cose che non vorremmo fare, e viceversa. Dobbiamo fare i conti con ciò che siamo e non con ciò che diciamo. Siamo abitati da uno sconosciuto, il nostro inconscio, che detta legge quanto più ne siamo all’oscuro. La classica frase con cui tutti giustifichiamo comportamenti che non riusciamo a controllare è: “Non ci riesco, è più forte di me”. Ma chi c’è dentro di me che è più forte di me?

L’acqua è il simbolo dell’inconscio, quanto più è torbida e agitata quanto più siamo in balia delle onde e della sua furia, quanto più è calma e trasparente quanto più riusciamo a scorgere il fondo e sapere cosa c’è sotto i nostri piedi.
Quando non riusciamo a controllare le nostre azioni di solito c’è sempre un pre-allarme: la tensione. In genere la vita ci equipaggia fin dalla nascita abbastanza bene per solcare le tempeste e raggiungere il sereno, altre volte ci lascia sprovvisti di mezzi nella furia del mare impetuoso; ci sentiamo sommergere, la tensione aumenta e prendiamo la prima ancora di salvezza che ci viene data dall’esterno: il sintomo. Ogni sintomo di cui non riusciamo a liberarci è la nostra copertina-salvagente per non affondare del tutto.

Ma come equipaggiarsi se non abbiamo acquisito i giusti mezzi tramite introiezioni e identificazioni positive fin dall’infanzia?
È possibile costruirsi una scialuppa di salvataggio ad ogni età tramite un cambio di prospettiva. Nella mente si ha a che fare con i pensieri, che non sono realtà tangibili ma visibili attraverso i comportamenti. Ogni azione è preceduta da un pensiero, sempre. Occorre risalire al pensiero disfunzionale che scatena l’azione disadattiva.

Inoltre dietro ad un pensiero disfunzionale c’è sempre una radice emotiva, attivata da una schema appreso. Ci si può muovere e ragionare sull’asse schema appreso-> emozione-> pensiero-> azione, ma l’area sulla quale si può intervenire è esclusivamente il pensiero attuale. Interrompere soltanto l’azione non è mai una soluzione definitiva, anzi, spesso dopo un periodo “buono” la tensione ritorna a crescere e si ripresenta il sintomo, magari in altra forma. E dato che l’evento, o la serie di eventi, che ha generato lo schema, e la conseguente emozione negativa, non possiamo cambiarlo, possiamo cambiare la prospettiva con cui lo giudichiamo (e con cui ci giudichiamo, a nostra insaputa), e quindi il pensiero che è presente oggi nella nostra mente.
Il mare agitato può tornare ad essere calmo, possiamo costruirci un’imbarcazione tutta nostra, senza cercare appigli esterni che poi ci rigettano nel mare in burrasca.

Cardarelli, nella poesia “Gabbiani”, ci offre una meravigliosa descrizione dello stato di tensione usando la metafora del mare in burrasca.
Per Freud anche l’arte era un appiglio per restare a galla nella tempesta, una sublimazione positiva della tensione che gli artisti avvertono in maniera più diretta e alla quale sanno dare una voce più appropriata.

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

(fonte immagine)

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