6211450787_a8b06b2616_bQuando non sappiamo perché mettiamo in atto certi comportamenti che ci danneggiano e che ci provocano sofferenza, e quando non sappiamo come fermarli, chiediamo aiuto ad uno psicoterapeuta (a meno che non ci rivolgiamo verso le nuove ingenue spiagge).
Ma cosa sa lo psicoterapeuta di noi che noi non sappiamo? Come può una persona a cui raccontiamo la nostra storia passata e attuale riuscire a sapere cosa ci succede meglio di noi?
In realtà lo psicoterapeuta conosce come funzionano i meccanismi della psiche, sia quando funzionano bene che quando funzionano male, e sa come intervenire per ripristinare un corretto funzionamento.
Ma affinché questo possa accadere deve stringere con il paziente/cliente un’alleanza terapeutica. L’alleanza si basa sulle 4 A della relazione:

  • Accoglienza
  • Ascolto
  • Alleanza
  • Autenticità

La relazione diventa efficace solo e soltanto quando il terapeuta si muove fuori dalla sfera del giudizio e delle proprie proiezioni. Il cliente ha modo di parlare con un professionista della psiche che sapendo come funziona, tiene a bada i propri meccanismi difensivi e proiettivi per porsi in una condizione di puro ascolto e di accoglienza.
Da qui si inizia a lavorare sui meccanismi difensivi del paziente: la sofferenza psicologica e il sintomo “ingestibile” iniziano ad essere illuminati da più riflettori, le chiavi di lettura si ampliano, e la libertà di scelta aumenta.

La famosa “cura fatta di parole” è una cura volta a modificare gli schemi o copioni interni a ciascun individuo: sono standard e se disfunzionali sono “riparabili” (in modo standard).
Al di là del perché un individuo possa essere giunto a concretizzare in un sintomo psicopatologico un percorso evolutivo interiore “disfunzionale”, esistono strategie e tecniche che rimettono in funzione la psiche e aiutano a riprendere il proprio percorso pre-interruzione sintomatologica.

Quello che la maggior parte delle persone ancora restie alla terapia psicologica non riescono ad accettare è che all’interno della nostra mente ci sia una zona d’ombra a noi ignota e della quale non vogliamo saperne nulla. Il lato più bizzarro che appare agli occhi degli psicologi è che coloro che hanno una zona più oscura sono quelli più riluttanti ad accettare, paradossalmente, una cultura psicologica di tipo tecnico-scientifico.

C’è ancora molto da scoprire sulla mente, sull’eziopatogenesi dei disturbi mentali, ma una cosa è certa: è stata comprovata la validità di diverse tipologie di psicoterapie sulla cura di diversi disturbi psichici.
Parlare ancora per luoghi comuni (“dallo psicologo ci vanno i matti”, “cosa può sapere lo psicologo di me più di quanto non sappia io”, “non racconto i cavoli miei ad uno sconosciuto”, ecc.) e autoprivarsi della possibilità di acquisire strumenti di conoscenza delle proprie dinamiche interiori equivale a restare in uno stato “semi-dormiente”, in cui si va avanti per automatismi più che per scelte consapevoli, e quando irrompe il sintomo si cercano cure farmacologiche più che psicoterapeutiche, abolendo il sintomo ma non lo schema di pensiero che lo ha prodotto.

(fonte immagine)

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