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Come può uno “sconosciuto” arrivare a capire chi siamo, dove ci siamo “inceppati”, e come venirne fuori? Chi è “questo qua” a cui affidiamo la nostra sofferenza psicologica, il nostro disagio emotivo, i nostri conflitti, le nostre deviazioni comportamentali?
Diamo un’occhiata più da vicino a chi sceglie di fare come mestiere lo psicoterapeuta.
Partiamo innanzitutto da una definizione di psicoterapia molto chiara: “La psicoterapia è una relazione che si instaura tra un terapeuta ed un paziente ed ha come scopo l’autoconoscenza, la messa in discussione ed il cambiamento del paziente.” (N. Lalli, Elementi di Psicoterapia Dinamica, Edizioni Kappa, Roma, 2006).
Lo psicoterapeuta per attivare tali dinamiche interiori nel paziente deve avere, ed imparare, quattro requisiti fondamentali:

  1. La conoscenza teorica del funzionamento mentale, dei suoi meccanismi, dei suoi processi, dei sintomi e delle cause dei disturbi.
  2. Deve sapere come innescare nel paziente dinamiche interiori di consapevolezza e cambiamento. Per apprendere le tecniche operative lo psicologo deve affidarsi ad un tipo di psicoterapia (negli USA esistono 250 forme diverse di psicoterapia).
  3. Empatia. Questo è l’elemento terapeutico più importante che non si apprende in nessuna università o scuola di specializzazione. Anche se ci fossero a monte delle conoscenze approfondite e un protocollo operativo eseguito alla lettera, senza empatia il paziente percepirebbe vuota e inutile ogni singola parola.
  4. La conoscenza di sé. Il terapeuta non può essere a digiuno di psicoterapia eseguita come paziente. Quando il terapeuta è di fronte al paziente deve saper distinguere cosa è “suo” e cosa è del paziente.

Il paziente porta sul tavolo le sue problematiche, i suoi sintomi, la sua storia di vita e la sua storia clinica, e con sé porta anche tutto ciò che non sa di se stesso. Il terapeuta cerca di comprendere, di sentire e di restituire al paziente la sua storia vista da un’altra prospettiva e con un livello di consapevolezza maggiore.
Pian piano, lavorando sulle proprie convinzioni distorte, sulle proprie emozioni negative, riesce a raggiungere la consapevolezza di sé e di conseguenza riesce a comprendere come il mondo esterno non sia che uno specchio del suo mondo interno, un mondo interno che si è costruito con le introiezioni e le interpretazioni infantili del mondo esterno nel quale è cresciuto. Se si modificano quelle introiezioni e quelle interpretazioni automaticamente cambia il modo di vedere, pensare e sentire il mondo che lo circonda.

È un processo complesso, ma spesso non siamo coscienti di quanto del nostro passato diriga il nostro presente e origini il nostro futuro. Noi non sappiamo quanto di ciò che abbiamo appreso come condizionamento sociale ci ostacoli e ci impedisca di capire cosa vogliamo davvero. Non siamo consapevoli su quanto le nostre illusioni infantili siano ancora attive e guidino il nostro comportamento, a volte lasciandoci impotenti di fronte all’avanzare di forze interne che non riusciamo a governare con la sola forza di volontà.
In condizioni di impotenza e passività non ci accorgiamo che il nostro modo di pensare non è affatto nostro, ma è il riflesso di ciò che abbiamo incamerato come esperienze relazionali di modellamento già prima dei sei anni di vita.
Ciò che è possibile fare in psicoterapia è rimodellare i nostri condizionamenti con altri di più obiettivi e “neutri” di modo da cambiare il nostro modo di interpretare la realtà e di conseguenza il nostro modo di sentirla. Si procede all’inverso: dato che non è possibile tornare indietro per trasformare le reali esperienze da negative a positive, si parte con il cambiare il modo di percepire e interpretare la realtà nel qui e ora innescando un cambio di sensazioni interiori sul versante dell’accoglienza di sé.

Quando il paziente inizia a rendersi conto dei propri condizionalmenti mentali, a modificare il suo modo di pensare e a nutrire fiducia in se stesso e in un mondo meno “minaccioso”, finalmente arriva a sperimentare cosa vuol dire essere pienamente se stessi, muoversi con la sensazione di essere liberi, di lavorare al meglio delle sue capacità, di relazionarsi con gli altri con assertività, di vivere con il partner una relazione ricca e matura, di uscire con gli amici senza spendere valanghe di parole in dietrologismi assurdi e immotivati, di avere interessi e piaceri senza sensi di colpa.

Lo psicoterapeuta, oltre a conoscere le mappe mentali disfunzionali, i motivi per cui la psiche si ammala, e i modi con cui curarla, ha egli stesso affrontato un percorso terapeutico e sa cosa vuol dire avere a che fare con i propri pensieri e sentimenti “non conosciuti” e che si manifestano in innumerevoli sintomi. Egli più che uno sconosciuto diventa un alleato che conosce anzitempo le strategie da adottare per rendere inoffensive le nostre parti distruttive e le difese che le proteggono.
Alla fine scopriamo che lo sconosciuto abita solo dentro di noi, dobbiamo imparare a conoscerlo e a gestirlo, e non farci gestire da lui. Come affermava il padre della Psicanalisi: la terapia consiste nel sottrarre quante più terre all’Es e portarle sotto il dominio dell’Io.

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