6230533180_e64367df09_bUn’emozione intensa mi pervadeva quando lui posava il suo sguardo su di me, quando mi parlava e pian piano mi circondava le spalle con il suo braccio. Dentro di me pensavo “Oh mio Dio, tra poco mi bacerà”, e quando accadeva dallo stomaco si liberava il fruscio del battito d’ali di mille farfalle variopinte, e sotto le palpebre chiuse si sprigionavano le scintille di mille bagliori sfavillanti, e rivoli infuocati dal fiume caldo che invadeva il ventre scendevano verso l’inguine chiedendo disperatamente di colmare carnalmente quel senso di mancanza che si originava non appena il bacio si intensificava e ogni millimetro che mi separava da lui sembrava una distanza siderale che agognava di essere superata per ricongiungersi nella primordiale unità dell’androgino.
Che passione, che coinvolgimento, che felicità sublime, che estasi, che pienezza!
Non era mai certo che tornasse da me, non era mai certo che stesse con me, non era mai certo che io fossi l’unica. Nei periodi di assenza il tarlo del dubbio scavava nella mia anima profondi buchi pieni di disperazione e di mancanza, ma appena lui tornava venivano subito ricoperti dal repentino entusiasmo di un nuovo sperato incontro, da un nuovo bacio sospirato, da una nuova unione reclamata. Tutti quei buchi improvvisamente non c’erano mai stati, tutti i dubbi messi a tacere dalla sua presenza: in quel momento c’era e non m’importava più di tutte le notti insonni a piangere la sua assenza, erano sparite dalla memoria, erano solo dei deliri di una povera pazza che non sapeva aspettare il suo uomo.
Poi i litigi e le riappacificazioni, le sfuriate e i perdoni, gli addii e le ricongiunzioni…
Finì brutalmente nel silenzio, smise di tornare. Il petto mi si contorceva dalla mancanza, il corpo vuoto, la mia voglia di vivere così spenta da tenerla in mano come un fascio di nervi afflosciati, io non esistevo più, io non avevo più nulla. Non avevo nemmeno più la speranza tenuta viva dal suo “Ti chiamo io” ogni volta ci salutavamo. Ed io avevo persino imparato ad aspettare, come il prigioniero che sa di avere diritto ad una sola razione di cibo e non protesta più, arrivando persino a benedire il carceriere che glielo lancia.
Ma il mio carceriere non venne più, la porta della cella era aperta e io non volevo uscire. Quel cibo così striminzito era così buono per me che pensarne un altro mi toglieva l’appetito.
Che emozioni forti mi dava quell’amore così scostante e privo di ogni margine di sicurezza. Il fiele con cui veniva riempito quel bicchiere sempre vuoto era per me più dolce del miele.
Ma il tempo fa il suo corso, i giorni curano il dolore, il sonno ritorna alla notte, la vita sospinge i suoi ospiti.

E così un giorno incontrai un altro uomo, era un uomo come tanti, quel tipo di tanti di cui è fatta la vita; lui si dichiarò, scelse me, voleva me, mi chiamava spesso, desiderava vedermi tutte le sere, aveva occhi solo per me, niente più incertezze, niente più alti e bassi, niente più …emozioni forti! Solo una serena armonia che presto iniziai a mal sopportare. Per me aveva preso il sapore scialbo di una blanda abitudine, di giorni sempre uguali, di ripetuti incontri senza liti furibonde, perdoni in lacrime, ritorni striscianti; si discuteva su questioni di vita quotidiana, non sul sospetto che forse lui avesse un’altra, no, c’ero solo io! E questa certezza mi metteva l’angoscia, mi turbinava in mente l’immobilità fissa della vecchiaia, della fine dei miei giorni, con un uomo sempre uguale a se stesso, senza mai il brivido dell’imprevedibilità, della sofferenza, del dubbio, dell’adrenalina delle sfuriate e delle riappacificazioni teatrali. Lui mi offriva un bicchiere sempre pieno di un nauseante cocktail di benessere e di stabilità. Le emozioni affievolite, gli alti e bassi livellati nella tranquillità di un costante vivere quotidiano, seppure tra una forte sintonia intima, interessi comuni, feste con amici, viaggi e tante bellissime condivisioni. A me mancava qualcosa.

È bastato incontrarlo una volta per caso per capire che non avevo capito mai nulla. Un brivido gelido mi percorse il corpo da capo a piedi, lo stomaco si chiuse in una morsa, le ginocchia tremavano, a raffica i tonfi ravvicinati del cuore mi salirono in gola, iniziai a sudare freddo, mentre nemmeno mezza sillaba balbettante riuscì ad uscire dalla mia bocca in risposta al mio compagno che mi chiedeva cosa mi fosse successo.
Lui era là seduto ad un tavolo con una donna, scialba e anonima, che lo guardava rapita come un tempo lo guardavo io. Seguiva il filo delle parole che uscivano dalle sue labbra calme e controllate come un fazzoletto steso al vento, quella che un tempo ero io, quella che stanotte lui abbraccerà e alla quale infiammerà il corpo di luce e di calore, e che al culmine del piacere lui bacerà la fronte e accarezzerà i capelli come fosse sacra, come aveva fatto con me cento e più volte, in mezzo a mille giorni di vuoti, di attese, di disperazione, di speranze disilluse, di aspettative disattese, di promesse mai onorate, di parole mancate, di bugie plateali e di verità nemmeno ben nascoste, non serviva, gli credevo già al primo sguardo, l’importante che tornasse a guardarmi. Era quel bicchiere sempre vuoto a darmi tutto quello stordimento, quell’ambiguità della meta vicina e mai raggiunta che riempiva, e allo stesso tempo confermava, la mancanza di me stessa. Non mi possedevo ancora, ancora non sapevo chi ero, ancora non avevo la struttura di donna felice di sé, ancora volevo soffrire per sentirmi viva, dovevo provare dolore per provare un’emozione, resa forte proprio perché circondata dal deserto interiore. Quando non si ha niente il minimo è già abbastanza, il poco è addirittura abbondanza.
– “Ehy Silvia, che succede, ci sei?” – la voce di Ettore mi giungeva ovattata, come quando cercano di destarti da un incubo, in un misto di nebbia e contorni ondeggianti tenti di distinguere il sogno dalla realtà. E finalmente ti svegli libera dall’incubo.
– “Sì, scusami Ettore, credo di avere avuto un capogiro.”
– “Ti porto al pronto soccorso.” – Ettore afferrò la mia mano deciso, mi sosteneva risolutamente e io lo guardai stupita, come chi osserva da vicino per la prima volta il viso di una persona vista di sfuggita mille volte, notando una bellezza particolare che lo distaccava dal precedente anonimato.
– “No, tranquillo è già passato.”

Sì, è tutto passato…

Il romanzo delle nostre illusioni
Questa storia è tratta dal romanzo che ogni donna “carente di sé” ha vissuto svariate volte. Donne incapaci di distinguere il lupo cattivo dal cacciatore, anzi, donne che preferiscono il lupo cattivo al cacciatore, che preferiscono il ranocchio al principe, che preferiscono farsi succhiare il sangue così almeno lo sentono scorrere nelle vene, sensazione che in condizioni normali non riescono ad avvertire. Donne anestetizzate, emotivamente desertiche, bisognose di teatro, di finzione, di uscite di scena isteriche e di rientri trionfali in pompa magna. Donne che non riescono ad essere protagoniste della propria vita, ma solo in una vita a due, tormentata e agitata, nella controparte ferita e abbaondanata, poi ripresa e consolata dallo stesso uomo che l’ha appena rifiutata. Donne senza più istinto, senza più difese, con una dignità compromessa da tanti rifiuti, da tanti rimproveri, da tante disapprovazioni, da tante separazioni mai riparate. Donne che percepiscono il bicchiere stracolmo quando non è nemmeno mezzo pieno perché abituate ad un bicchiere perennemente vuoto.

L’aspetto relazionale della vita è l’unico settore in cui il bicchiere non va mai visto ottimisticamente mezzo pieno, ma sempre realisticamente mezzo vuoto, perché o è pieno del tutto oppure è un surrogato. L’amore non conosce mezze misure. Un amore a intermittenza non è amore, ma è una strategia fredda e calcolata di uomini immaturi incapaci di costruire una storia adulta con una donna. Uomini che riescono a riconoscere se stessi solo negli occhi innamorati delle donne che seducono e che tengono invischiate nella loro ragnatela sapientemente intessuta. Uomini rimasti ancorati all’ebrezza adolescenziale della popolarità e da questa unica sensazione  ricavano la loro precaria identità. Non possono “amare” un’unica donna perché smetterebbero di esistere, mostrando il vero volto del loro bicchiere: un colabrodo che deve costantemente essere riempito.

(fonte immagine)

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