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Per molto tempo dopo la sua nascita e il suo sviluppo la psicoanalisi ha dominato l’ambito ideologico e terapeutico della psicologia: ha continuato ad esercitare il monopolio anche quando la società si dirigeva verso tutt’altro tipo di bisogni e relativi disturbi.
Come affermava Einstein, non c’è scienza senza epistemologia. Anacronisticamente si è continuato a parlare di origine psicosessuale dei disturbi psichici in un mondo dove la sessualità veniva vissuta sempre più liberamente. In un mondo in cui la nozione di “peccato” veniva sostituita, dagli anni ’70 in poi, dalla nozione di “perdente”: tutte le porte e le possibilità erano aperte, e chi non sapeva coglierle era un “perdente”; l’assetto socio-economico-politico permetteva un largo uso delle proprie capacità personali per immettersi nel mercato e creare ricchezza, e chi non ci riusciva era un incapace.

Si è verificato un cambio epistemologico verso un tipo di società che incolpa chi non riesce ad emergere ed avere successo, al posto di una società che condanna il sesso come peccato. Gli anni ’90 sono stati gli anni dell’autorealizzazione, dell’autostima, della self-efficacy, della leadership positiva, degli obiettivi da raggiungere, dei buoni premio aziendali e dei giovani rampanti in carriera. Così le psicoterapie umanistiche sono proliferate insieme alle nuove figure del consulente esistenziale e del life-coach, che insieme allo psicologo delle risorse umane, offrivano formazione aziendale a base di PNL, strategie di comunicazione, problem solving, swot analisi, action plan, ecc. Tutti devono essere al top!
Ma ancora oltre, dopo gli anni ’90, arriviamo ad oggi, alla fine del 2013, dopo 5 anni di recessione e crisi economica, ad un ulteriore cambio di paradigma: la flessibilità e il cambiamento continuo.

La crisi economica iniziata nel 2008 ha radicalmente spostato il focus psicopatogeno: per quanto flessibile, qualsiasi sistema può sopportare una certa soglia di oscillazioni imprevedibili al di là della quale il sistema collassa. Senza più punti di riferimento e costretto alla flessibilità continua, l’uomo è diventato non solo un istrione, ma la tanto agognata unità dell’Io si sta frammentando in molteplici personalità senza più un centro che non sia il feedback sociale della propria immagine. Il disturbo narcisistico della personalità è divantato una normopatia.
Così l’Io fragile, frantumato, senza più certezze, in perenne ricerca di attenzione, conferme e recruiter sui quali fare una bella impressione, immerso in un periodo post-decadente in cui l’identità viene stabilita più dal mercato del lavoro che dalle proprie attitudini, si ritrova sperduto con l’unica costante del cambiamento sempre più rapido.
Colui che cambia spesso personalità a seconda delle situazioni è l’istrionico che non ha un’identità ben precisa e quindi si adatta alle circostanze man mano che si succedono. Ma a ben vedere oggi questo disturbo è considerato un pregio, quasi un punto di forza, e viene incentivato da un sistema socio-economico che usa l’uomo come mezzo e non come fine; un sistema anch’esso istrionico nelle sue caratteristiche di seduttore e manipolatore, che non dà garanzie per il futuro, animato solo da una dinamica “usa e getta”. Dinamica descritta in maniera lucida e profonda da U. Galimberti in una video-intervista nella quale descrive la condizione dell’uomo ridotto ad una macchina e giudicato solo dalla sua efficienza, arrivando al misconoscimento dell’umano.

Dall’isteria dei primi del ‘900 di origine psicosessuale, alla depressione esistenziale di fine millennio, generata più dall’autopercezione della propria incapacità che dalla mancata elaborazione di un lutto, siamo arrivati ai disturbi di personalità cluster B (antisociale, istrionico, borderline, narcisistico) che hanno come denominatore comune la mancanza di empatia e il nichilismo agito. Tale vuoto affettivo e di senso viene colmato con ogni tipo di dipendenza (addiction): psicofarmaci, droghe attivanti, alcol, cibo, gioco d’azzardo, videogames, social network, ecc.

I disturbi di personalità sono disturbi egosintonici, ossia il soggetto non avverte nessun disagio o conflitto interiore poiché il suo comportamento è in sintonia con il proprio Io. Mentre nei disturbi psichici detti egodistonici il soggetto avverte l’attrito tra il proprio comportamento e il proprio Io, ha consapevolezza del proprio disturbo e può pertanto chiedere aiuto; nei disturbi egosintonici questa consapevolezza non c’è e di conseguenza il soggetto narcisistico, ad esempio, non chiede di essere aiutato perché non percepisce la sua condizione come problematica. Sono coloro che gli sono vicini ad avere problemi affettivi e di comunicazione con lui a causa della sua incapacità di elaborare la presenza di un altro diverso da sé. I soggetti con disturbi egosintonici in genere arrivano dallo psicoterapeuta o spinti dal partner per problemi di relazione, o spinti dai familiari per problemi di aggressività etero- e autodiretta, specialmente gli adolescenti, o per altri tipi di disturbi egodistonici come i disturbi d’ansia.

Il cambio paradigmatico psicoterapeutico non può non aver risentito del clima post-moderno spezzettato in mille relativismi, nella sola Roma le scuole di specializzazione in psicoterapia sono 78, anche se il modello cognitivo-comportamentale è quello predominante, forte di una serie di controlli di follow-up e verifiche sperimentali sulla validità del proprio trattamento, per cui si è guadagnato la credibilità della medicina generale in genere scettica, e poco informata, sull’efficacia delle psicoterapie nella cura dei disturbi psichici e dei disordini psichiatrici.
Ma a prescindere dal tipo di intervento, pazienti di questo tipo non riescono a stabilire un dialogo interiore e mancano di autoriflessione. Attaccano e sminuiscono spesso il terapeuta e tentano in ogni modo di condurre la terapia verso il fallimento, oppure tentano di sedurre e manipolare il terapeuta per i propri fini.

D’altronde se il disturbo psichico è lo specchio del clima culturale di un’epoca, possiamo constatare come l’economia abbia assoggettato e manipolato la politica, la quale ha perso il suo ruolo di guida, lasciando lo scettro del comando al neoliberismo selvaggio di natura prettamente egoistica e disumanizzante. Pertanto, qualsiasi intervento direttivo della politica viene raggirato, osteggiato, deriso, e subdolamente boicottato dal mondo dell’economia e della finanza, convinte di sapere come vada realmente il mondo e di poterne stabilire quindi la direzione.
L’ambito dell’intervento educativo-riabilitativo subisce la stessa sorte, per cui individui con un sé frammentato e megalomane sono convinti che tutto vada bene nella loro vita, arrivando a manipolare, osteggiare, ridicolizzare e boicottare il terapeuta e i suoi interventi.
Ma a differenza dei politici che si sono lasciati sedurre dal potere economico, lo psicoterapeuta sa dove vuole arrivare l’istrionico, il narcisista, il borderline, l’antisociale, e pertanto non accetta nessuna sottomissione e sa come rielaborare gli attacchi del paziente in modo da consentirgli l’autoriflessione.
La politica avrebbe molto da imparare dalla psicologia e dalle tecniche psicoterapeutiche!

Bibliografia di riferimento

  • D. La Barbera, M. Guarnieri, L. Ferraro, Il disagio psichico nella post-modernità, Magi, Roma, 2009
  • N. Lalli, Dal mal di vivere alla depressione, Magi, Roma, 2008
  • G. V. Caprara, Le ragioni del successo, Il Mulino, Bologna, 1996
  • U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Milano, 2007
  • Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma, 2002
  • E. N. Luttwak, La dittatura del capitalismo, Mondadori, Milano, 1999

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