Disegno1I criteri per le diagnosi psichiatriche e psicopatologiche sono di ordine sintomatico-descrittivo, si individua la presenza/assenza di determinati sintomi e segni e si procede alla diagnosi. Per quanto riguarda la cura, lo psichiatra continua poi nella prescrizione di psicofarmaci e una eventuale psicoterapia di supporto, mentre lo psicoterapeuta attua il suo modello di psicoterapia in base alla scuola di provenienza.
Sull’eziologia dei distrubi invece ci sono certezze nebulose. Si sanno quali sono i fattori di rischio, ma l’esito è altamento incerto: data la presenza di determinati fattori di rischio non sappiamo se l’individuo svilupperà una psicopatia o meno, né che tipo di disturbo potrà presentare, né in che misura.
Inoltre la ricorrenza di un elevato grado di comorbidità, ossia la presenza di sintomi o comportamenti comuni a più di una patologia, pone parecchi quesiti riguardo l’eziopatogenesi dei disturbi psichiatrici e psicologici.

Alcuni ricercatori (Terrie Moffitt, Avshalom Caspi et al.) hanno ipotizzato che i disturbi psichiatrici possano essere causati da un fattore psicopatologico generale sottostante a tutti i disturbi (il fattore p). Per verificare questa ipotesi questi ricercatori hanno esaminato i dati longitudinali riguardanti la salute mentale dei partecipanti al  Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study e hanno rilevato che la sotto-struttura dei disturbi mentali potrebbe essere riassunta in tre dimensioni fondamentali: l’ “interiorizzazione” per la depressione e l’ansia, l’ “esternalizzazione” per i disturbi antisociali e dipendenza da sostanze, e il “disturbo del pensiero” per le psicosi. Gli autori di questa ricerca hanno rilevato un’ulteriore dimensione sottostante, che hanno chiamato “fattore p”, alla quale sono associate una maggiore compromissione del funzionamento nella vita sociale, affettiva e lavorativa, una maggiore familiarità di disturbi mentali, storie di sviluppo peggiori, e presenza di disturbi dell’apprendimento nella prima infanzia.

Possiamo ipotizzare che alla base di questa dimensione vi sia una tendenza disintegrativa del sé che può essere auto- o eterodiretta (internalizzante o esternalizzante), e man a mano che le emozioni disintegrative diventano sempre più angoscianti e terrificanti possono arrivare a compromettere le strutture cognitive fino a giungere al delirio vero e proprio (disturbo del pensiero).

Il concetto di intergrazione dell’Io viene ripreso da Ruggieri nel suo modello bioesistenzialista integrato, definendolo come piacere di essere nel mondo. Questo piacere si struttura attraverso l’integrazione delle diverse componenti dell’Io e deriva dall’autopercezione della propria unità. Ruggieri definisce questo tipo di piacere con il nome di narcisismo (nell’accezione positiva del termine). Per contro il narcisismo patologico si origina attraverso una non-integrazione delle differenti parti dell’Io e la correlata sensazione di malessere e di sofferenza psicologica. Ruggieri descrive i processi psicofisiologici alla base del piacere/malessere che l’individio avverte tramite il ruolo svolto dai muscoli: “L’istinto di vita¹ nascerebbe proprio dall’esperienza del corpo come unità integrata funzionalmente, ottenuta attraverso l’interazione dinamica dei muscoli del corpo. La connessione funzionale tra i muscoli è affidata all’attività dei muscoli stessi alcuni dei quali hanno anche la funzione di ponti tra i distretti. L’organizzazione delle tensioni corporee, che è alla base del sentimento di unità, realizza una esperienza unificata in cui i muscoli dei vari distretti corporei agiscono in modo funzionalmente aromonico e coerente. Tale meccanismo, che si basa sull’integrazione armonica delle tensioni, costituisce il sentire diffuso di presenza come esperienza positiva nel proprio essere nel mondo. (…) Anche l’esperienza di malessere è prodotta da questo apparato sensoriale-muscolare integrato. Infati, se il sentimento di benessere è il risultato dell’interazione convergente che armonizza i diversi livelli di tono muscolare per una postura integrata (armonica), l’esperienza di malessere si segnala attraverso un’interazione muscolare di tipo divergente nel senso che produce, a livello muscolare, un conflitto funzionale.” (V. Ruggieri).

La psicopatologia infantile mette in evidenza i fattori di rischio che possono compromettere lo sviluppo di una sana integrazione dell’Io. Essi sono di tipo biologico, temperamentale, familiare e sociale. Alcuni dei fattori più studiati in psicologia sono la relazione madre-bambino e l’ambiente familiare.
Le situazioni psicosociali a rischio sono:

  • relazioni intrafamiliari anomale (mancanza di calore nelle relazioni bambino-genitore, disaccordo interfamiliare tra adulti, ostilità nei confronti del bambino o assegnazione del ruolo di capro espiatorio, abuso fisico del bambino, abusso sessuale entro il nucleo familiare;
  • disturbo psichico, devianza o handicap nel gruppo di sostegno primario del bambino;
  • comunicazione intrafamiliare inadeguata o distorta;
  • qualità anomale dell’allevamento (iperprotezione dei genitori, inadeguata supervisione-sorveglianza, privazione della possibilità di fare esperienza, inappropriata pressione genitoriale);
  • ambiente circostante anomalo;
  • life events acuti;
  • fattori sociali stressanti;
  • stress interpersonale cronico associato alla scuola o al lavoro;
  • eventi-situazione stressanti derivanti da disturbo/disabilità propri del bambino.

Ancora più nello specifico si possono evidenziare specifici disturbi della relazione madre-bambino, che rientrano nel fattore di rischio “qualità anomale di allevamento”, quali:

  • ipercoinvolgimento;
  • ipoconivolgimento;
  • relazione ansiosa/tesa;
  • relazione arrabbiata/ostile;
  • disturbo relazionale misto;
  • maltrattamento (verbale, fisico, abuso sessuale).

La qualità dell’ambiente familiare è di estrema importanza nella formazione della personalità del bambino e del futuro adulto, senza dimenticare il temperamento innato con cui si nasce e la predisposizione genetica verso lo sviluppo dei disturbi mentali.
La coesione del sé, la sicurezza primaria, il piacere di essere nel mondo, e il loro contrario, ossia il senso di disgregazione del sé, l’insicurezza primaria, il malessere psicologico, sono la risultante della presenza di differenti livelli di gravità dei fattori di rischio e il grado di resilienza caratteriale innata che permette al bambino di sopravvivere psicologicamente in ambienti malsani e carenti di cure, oppure soccombere e ripetere il copione malsano in cui si è cresciuti.

Note: 1. L’istinto di vita è un concetto freudiano che richiama al piacere con cui un individuo affronta la vita, piacere inteso come energia costruttiva, voglia di imparare cose nuove, di mettersi in gioco, di far fronte alle difficoltà in maniera positiva. Il suo contrario è l’istinto di morte, che consiste nell’affrontare la vita in maniera distruttiva, con ansia e malumore, privi di energia vitale oppure carichi di energia aggressiva poco costruttiva, farsi buttar giù dalle difficoltà oppure cercare di aggirarle con l’illegalità, la violenza, la corruzione.

Bibliografia

  • N. Dazzi, A. De Coro, Psicologia dinamica – Le teorie cliniche, Laterza, Roma-Bari, 2001.
  • V. Ruggieri & coll., Stuttura dell’Io tra soggettività e fisiologia corporea, Eur, Roma, 2011.
  • M. Ammaniti, Manuale di psicopatologia dell’infanzia, Raffaello Cortina, Milano, 2001.
  • Terrie Moffitt, Avshalom Caspi et al., The p Factor – One General Psychopathology Factor in the Structure of Psychiatric Disorders?, Clinical Psychological Science, August 14, 2013.
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