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Il deserto emotivo è un sintomo di una patologia sottostante, una patologia che più che la singola persona riguarda la società: paura del femminile. Tutto è puntato sul maschile, il femminile è stato rinchiuso in fondo all’anima di entrambi i generi, spodestato nelle donne e cacciato dagli uomini. Ma non lo possiamo eliminare, il femminile torna sottoforma di malattia. Tutto ciò che illecitamente trascuriamo dentro di noi trova un altro modo per farsi sentire (“gli dei che non onoriamo tornano sotto forma di malattia”, J. Hillman, La vana fuga dagli dei). La malattia moderna dell’aridità emozionale è proprio il sintomo: non volendo riconoscere al sentimento il suo giusto ruolo esso scompare del tutto lasciandoci come gusci vuoti. E ci chiediamo come mai non riusciamo ad essere felici in nessun modo e maniera e cerchiamo la pienezza negli eccessi burrascosi ed effimeri che non legano nessuno a nulla (relazioni, amicizie, famiglia, lavoro, passioni).
L’aridità, il cinismo e l’arrivismo, diciamolo pure senza paura di macchiarci della tanto temuta retorica, gelano i rapporti in una distanza siderale a pochi centimetri gli uni dagli altri. Mai come oggi è così difficile allacciare rapporti umani, dietro c’è sempre l’ombra del secondo fine, anche in amore, anche quando siamo convinti della purezza delle emozioni che proviamo di fronte a quella data persona, la verità emerge quando si incontra chi può darci di più: più bellezza, più sesso, più visibilità, più prestigio, più denaro, più di qualsiasi cosa crediamo aver bisogno per sentirci al passo con i tempi sulla cresta dell’onda, ammirati e invidiati da tutti.

L’assenza di sentimenti e il deserto emotivo sono rintracciabili nel mancato ruolo dell’aspetto femminile che alberga in ognuno di noi. Il femminile è tutto ciò che esprime sentimento, comprensione, sensibilità, pazienza, fede, dolcezza, maternità, accudimento, ponderazione, riflessione, indagine, analisi degli eventi secondo un’ottica sintetica, introspezione, contemplazione, sublimazione degli istinti,  forza caratteriale che si espirme nella fiducia e nella speranza. Per contro il lato maschile di ognuno di noi è volto alla concretezza, alla prassi, alla razionalità, alla tecnica, al governo, al coraggio, all’istintività, all’azione, alla forza fisica e volitiva, alla durezza, all’analisi dei fatti secondo un’ottica analitica, alla forza caratteriale che si esprime nell’agire immediato per effettuare un cambiamento.
Per contro nelle varie mitologie le dee che esprimono il femminile sono dee della Natura e della Terra, sono viste come cibo e vita organica, ciò che ci fa vivere concretamente, nei frutti della terra, Madre Natura è fertile, abbondante, prodiga di doni, generosa, accogliente, consolatrice, Madre Terra è generatrice, ricca, dispensatrice di vita e di saggezza. I più grandi saggi si rifanno alle leggi della Terra, dei cicli delle stagioni e delle coltivazioni, della luna e delle stelle. Tutto esiste già, il femminile è, già c’è, esiste, è terra, è vita, è partorire e germogliare. Ma qualcosa manca alla materia per essere feconda e germogliare: il seme. Per le varie mitologie lo spirito maschile è tutto ciò che è dentro la terra, la invade, la penetra, è tutto ciò che la rende viva, capace di passare dalla potenza all’atto, è colui che spinge la vita a crearsi, nelle mitologie monoteistiche è Dio, o semplicemente lo Spirito che si evolve, che nella ciclicità della natura va avanti apportando cambiamenti, la natura ripercorre sempre se stessa, lo spirito va avanti. Paradossalmente il femminile, espressione di tutto ciò che è materia esprime la profondità e la saggezza, il maschile, espressione di tutto ciò che è spirito esprime la razionalità e la volontà. Donna e uomo: due modi di essere la vita che insieme formano la vita. Divisi sono incapaci di espletare le proprie funzioni, la materia non potrebbe generare, lo spirito non potrebbe creare.

La donna attende, l’uomo cerca, la donna riceve, l’uomo dà, la donna rappresenta la stasi, l’uomo rappresenta il dinamismo, l’uno va incontro all’altro in un movimento unidirezionale, dall’uomo alla donna, l’uomo penetra, la donna accoglie: è la vita che esige questo movimento per la vita. L’istinto è una spinta all’agire senza mediazione di pensiero, se l’uomo è più istintivo è perché in lui vi è lo spirito dell’azione immediata, la voglia di possedere la materia, di fecondare la vita, di dirigere l’azione. L’amore appartiene al femminile perché è ciò riceve e accoglie, è ciò che fa nascere e crescere, ciò che fa sviluppare passioni e provare sentimenti, è tutto ciò che accetta e guarisce, tutto ciò che comprende e allevia il dolore, tutto ciò che nutre e sazia: è amore, quella forza che sprigiona la sua piena potenza nell’incontro, nel contatto, nel ricevere e accogliere. E proprio perché la natura accoglie lo spirito e si offre come sua dimora, che è capace di introspezione, di riflessione, di analisi profonda, lo ospita e lo scruta, mentre lo spirito cerca di vivere il più possibile, di muoversi, di agire, di alimentare il fuoco della vita, di creare in continuazione, lo spirito crea, è creatore, la terra genera, è generatrice. Lo spirito feconda, la terra fa nascere.
Da questo intricato labirinto di funzioni complementari possiamo riassumere che l’istinto cerca il corpo per assecondare  la natura e l’amore ci invita alla scoperta per dissetare l’anima. Sono due aspetti, anima e corpo che nell’amore trovano il loro ultimo scopo: la vita.

Ma qualcosa è cambiato negli ultimi decenni, le donne vivono superficialmente da donne e internamente da uomini, mentre gli uomini, contrariamente a quello che si può pensare per opposti, vivono superficialmente da donne e internamente da uomini. Donne che si rendono desiderabili e seduttive ma animate dallo spirito mascolino della conquista.  Uomini vanitosi che si rendono preziosi e irraggiungibili ma animati da uno spirito di voracità del rapporto subito consumato senza profondità.
Un’espropriazione di ruoli parzialmente inversa e asimmetrica che nasonde la paura di integrarsi, la paura dell’unione, la paura di perdersi nella profondità e di scomparire; paura, non amore. E allora nell’aridità dei sentimenti il sesso appare fine a se stesso e la coppia uno sfoggio sociale.
Così l’uomo fa l’uomo nel suo aspetto più degenerativo, nel suo minimo comun-rudimental denominatore: sesso, senza nessuna contaminazione da parte del femminile che esige un sentimento. E la donna idem, ma in maniera fittizia: in superficie si agghinda per essere il più desiderabile e perfetta possibile dal punto di vista estetico, nell’atto pratico fa l’uomo, insegue e prende iniziativa, fa subito sesso con un uomo sfoderando le sue arti seduttive. Ma il giorno dopo, quando sotto sotto sotto (tre volte sotto) è donna, si sente ferita se lui non la richiama e sente la sua femminilità compromessa. Non riesce a fare l’uomo fino in fondo; il maschile esige fermezza nelle decisioni e responsabilità delle conseguenze: hai scelto una notte di sesso bollente? Non piagnucolare se il giorno dopo non vedi fiorire gli aranci. Altrimenti fai la donna fino in fondo e aspetta che sia lui ad implorarti strisciante cercando di conquistarti in tutti i modi, poi dopo puoi anche gettarlo alle ortiche (ma tu, non lui).

La parità sessuale stabilisce che una donna sia al pari di un uomo, non che debba essere un uomo. Non può vivere la sessualità come un uomo, sarebbe un uomo appunto. E l’uomo senza il ruolo educativo di una donna rimane vittima di se stesso e della propria rudezza. I connotati fisici, i caratteri sessuali primari e secondari, non sono gli unici elementi distintivi tra un uomo e una donna, e di fatto, la donna, proprio per aver perso la sua unicità storica, il ruolo di musa, consigliera, educatrice, direttrice, espone ed evidenzia i suoi tratti sessuali distintivi tramite l’esagerazione della perfezione estetica. La bellezza estetica, o meglio l’apparenza, non è sufficiente per dar sfoggio di femminilità. Ma all’uomo è sufficiente poiché svestendosi la donna dal suo ruolo educativo lo esime dalla fatica di correggere e affinare le proprie maniere troppo superficiali e istintive. Alla fine la coppia si riduce all’accoppiamento e quando tutti e due vogliono calcare la scena da protagonisti non può che crearsi antagonismo e rivalità. C’è molta competizione all’interno di una coppia ed è assurdo competere avendo caratteristiche diverse.

Nelle favole di solito il principe azzurro è forte e coraggioso e nello stesso tempo d’animo nobile e di alti sentimenti. La principessa è soave e leggiadra, nello stesso tempo fiduciosa nel destino e nella provvidenza. Capace di agire nei momenti più inaspettati e quando più c’è bisogno del suo intervento. Il principe, o cavaliere, è colui che nella vita sfida il destino, la principessa è colei che lo attende. Sono due visioni della vita opposte e complementari. L’uno deve andare incontro all’altro dentro ognuno di noi, è il ricongiungimento del maschile e del femminile: il rischio e l’attesa, il coraggio e la pazienza, l’azione e la fede. Oggi più nessuno attende, più nessuno ha pazienza, più nessuno ha fede, non solo in un’entità ultraterrena, ma nel futuro, nella società, nel mondo, nella speranza che tutto andrà per il meglio, non c’è previsione ma solo immediatezza, con le relative conseguenze non preventivate; non si attende, si agisce smaniosi affinché tutto vada secondo i propri scopi. Il femminile è stato cacciato, ma ripeto, torna sottoforma di malattia: anaffettività, deserto emotivo, incapacità di provare sentimenti, una forma sorda e dilagante di alessitimia coperta da manierismi di facciata e ipocrisie varie di attrazioni o istinti che si camuffano assumendo arbitrariamente la forma dell’amore, che inorridito fugge lontano da chi ha scavato nel proprio cuore un vuoto incolmabile.

(fonte immagine)

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