6831397382_19521387a1_bNon Chiederci La Parola
(Eugenio Montale, 1923)

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,]
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Sacerdoti di ogni religione, filosofi, letterati, artisti, e da poco più di un secolo anche gli psicologi, hanno sempre cercato le costanti dell’anima umana riuscendo, ognuno a modo suo, a dare un ordine alla complessità degli elementi interiori ed esteriori che la caratterizzano.
Molte teorie parlano per idealizzazione: come dovrebbe essere l’uomo. Altre teorie parlano per patologizzazione: come non dovrebbe essere l’uomo.
La psicologia ha conquistato alcune certezze teoriche e qualche sicurezza sull’efficacia terapeutica. Le poche certezze teoriche sono state costruite partendo dalla psicopatologia dei pazienti e procedendo a ritroso, attraverso sogni, fantasie e racconti, verso la loro infanzia. Così si è giunti a formulare le prime teorie sullo sviluppo infantile, riviste, ampliate e corrette tramite l’osservazione diretta del rapporto madre-bambino, e non più tramite il racconto dei soggetti in cura. Poi si è passati all’esame dell’età adulta, nella sua attualità, e agli schemi di pensiero e copioni di vita costruiti in base allo sviluppo oggettivo percepito. Le scuole che ne sono emerse hanno approcci diversi e teorie della mente e della cura spesso molto distanti tra loro (si pensi ad esempio al comportamentismo e alla psicologia del profondo).
Le certezze dunque sono plurivariegate e l’individuo che ne verrà fuori è la risultante di un’imprecisata percentuale di ciascuno dei seguenti fattori:

  • sviluppo evolutivo (sintonia madre-bambino, tipo di attaccamento, identificazioni con i modelli adulti;
  • corredo genetico;
  • temperamento innato;
  • eredità transgenerazionale (psicogenealogia);
  • ambiente familiare allargato;
  • struttura socio-culturale del proprio paese di provenienza;
  • congiuntura storica, politica, sociale ed economica;

E ancora non sappiamo se questo Sé/individuo dobbiamo addirittura scovarlo, scoprirlo, stanarlo, oppure costruirlo, inventarlo, crearlo; e il perché di così tanta reticenza nella ricerca di se stessi, così tanta ignoranza nella conoscenza di se stessi, così tanta paura nella scoperta delle potenzialità positive del sé, così tanta resistenza nello smantellare parti negative del sé, così tanta compiacenza nell’accettare e costruire un falso Sé che non ci appartiene ma che ci fa tanto comodo. Cosa ci risparmia o ci nasconde questo falso Sé di tanto faticoso o doloroso?
A monte delle tante certezze con cui si crede di partire come professionisti della salute mentale, alla fine della carriera, ogni psicoterapeuta o psichiatra rimane con più dubbi che certezze sulla comprensione del funzionamento mentale. Si può solo constatare che le persone hanno una perversa volontà a stare male, tornando a quelle radici freudiane, così spesso rinnegate da tutte quelle correnti moderne psicodinamiche e non, e che non possono essere ridotte ad altro: istinto di vita e istinto di morte. Siamo pronti a vivere, e a far di tutto per vivere, ma c’è una parte di noi pronta a distruggere e autodistruggersi. A che età si presenta questa biforcazione e quali siano i fattori che influenzano la scelta verso la strada costruttiva piuttosto che quella distruttiva non è dato sapere; si torna all’imprecisazione delle singole percentuali dei fattori in gioco: il tipo di attaccamento, di regolazione affettiva, di ambiente familiare, di innatismo temperamentale, di bagaglio genetico, di ereditarietà transgenerazionale, di epoca storica, di congiuntura socio-economica.
Non abbiamo la minima idea di come si correlino tra di loro questi fattori, dell’esito finale che ne risulterà, né della percentuale effettiva posseduta da ciascun fattore nel concorrere a determinare il comportamento umano (perché è quello che alla fine si vede) funzionale o disfunzionale.
Ad uopo le parole della poesia di Montale “non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe (…) non domandarci la formula che mondi possa aprirti”. Noi non abbiamo la sfera di cristallo, non sappiamo nulla circa il futuro. Possiamo fare previsioni probabilistiche (anche molto accurate, ma non precise),  sul tipo di comportamento che segue un certo tipo di pensiero che segue un certo tipo di emozioni che si sono create nell’infanzia a seconda di come abbiamo incamerato e rielaborato i dettami dei nostri genitori in base al nostro temperamento, corredo genetico, ecc. E ovviamente ogni epoca ha i suoi disturbi caratteristici del suo periodo, della sua cultura, della sua struttura e sovrastruttura socio-economica.
Abbiamo molte più evidenze empiriche sull’efficacia della tanto criticata cura fatta di parole, ancora vittima di tanto scetticismo da parte della medicina riduzionista, che sulle cause del disagio/disturbo mentale. Di formule che mondi possa cambiare, ce ne sono diverse e molto valide, ma ciò che cura è la certezza del modello, più che il modello stesso; più il modello è ben ferrato, più il terapeuta è fermo nel suo utilizzo (senza divagare) più il paziente acquista sicurezza in sé e nelle sue capacità di consapevolizzare il suo disturbo e agire alla volta di un cambiamento effettivo. Nella dinamica del cambiamento contano più i processi dei contenuti.
Purtroppo c’è ancora molta disinformazione e la colpa è di noi psicologi che non riusciamo a spiegare e divulgare la validità dei modelli di cura e della loro efficacia. Eppure i risultati delle ricerche empiriche a riguardo sono molto chiari, ma poco conosciuti se non nella ristretta cerchia degli interessati (e a volte la cerchia si restringe a tal punto da comprendere soltanto coloro che hanno svolto la ricerca).

(fonte immagine)

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