5714116959_cbd51a20baRicordo perfettamente la mia prima lezione di filosofia in terza liceo: entrò il professore e ci disse – “Io insegno logomachia dell’intrinseco” – e iniziò a spiegarci, con un intruglio di parole che non ricordo, il senso oscuro di questa affermazione rendendola ancora più oscura. Poi scoppiò in una gran risata e ci disse che era uno scherzo, insegnava solo filosofia, e così iniziò a parlare di arché!
Ero affascinata da questa nuova disciplina che si affacciava sui miei 16 anni con tutta la potenza del pensiero astratto: pensare al perché delle cose.
Il piacere intellettuale è il piacere di andare al di là del già noto, conoscendo tutto il noto possibile, e avventurarsi oltre, a scoprire i segreti che la natura custodisce gelosamente, o che magari ci mette a disposizione all’aria aperta, ma che noi non vediamo perché troppo impegnati a cercare nei cespugli.
G. Bateson definiva mente come la struttura che connette, ovvero una struttura formata da connessioni, ciò che viene connesso è l’informazione. La mente connette informazioni, ma non le connette in maniera arbitraria, le connette secondo i vecchi e cari principi di identità e non-contraddizione che sono i principi su cui si basa la logica aristotelica e tutta la logica occidentale.
Ma esiste un’altra logica, la logica orientale, che si basa sul principio di identità degli opposti, A è A e anche non-A. La coincidenza degli opposti invece non è assolutamente contemplata nella forma mentis occidentale, per cui A è A e non può essere anche non-A. Punto e basta. Eppure quanta parte di creatività, artistica e non, arriva da quella coincidenza di A e non-A, quanti collegamenti tra A e non-A. Un esempio è il simbolo: il simbolo è se stesso, nel suo significante tangibile, ma è anche altro, in molteplici significati intangibili. La mente umana è carica di simboli, la psiche parla attraverso i simboli, se ci trovassimo in un mondo di soli significanti (dove ogni cosa è solo uguale a se stessa e non ad altro) impazziremmo, come accade agli schizofrenici e i deliranti che letteralizzano la realtà e non riescono a scindere i significanti dai vari significati possibili, non riescono ad inserire correttamente il messaggio nel metamessaggio (contesto).
E qui ritorno al burlone del mio professore di filosofia. Un giorno entrò in classe: compito a sorpresa, spiegate la sequenza del seguente sillogismo “Tutti i pesci sono esseri viventi. Io sono un essere vivente. Io sono un pesce.” Era molto serio e non trapelava nemmeno un’accennata smorfia di sorriso, così tutti concentrati ci mettemmo a sviscerare le sequenze logiche di questo sillogismo. Ovviamente era il primo d’aprile e lo scherzo fu ben riuscito: noi pesci abboccammo tutti, nel senso che svolgemmo il compito, alcuni riuscendo a dimostrare che il sillogismo era falso.
Il sillogismo è l’essenza del collegamento, quasi tutti i ragionamenti si basano su sillogismi (plausibili) impliciti, posto A si deve verificare B, oppure posti tanti B uguali il principio deve essere A  per tutti. Nasce così ogni disciplina, ogni scienza, ogni teoria. Pensare equivale a collegare.
Il piacere di pensare, come lo definisce J. Hillman in un piccolo libro-intervista a cura di S. Ronchey, è il piacere erotico della mente, la passione delle idee. Hillman racconta che ai tempi della sua formazione, a Zurigo, ci si innamorava delle idee, e riporta un esempio rammentando un episodio: “Una volta padre Victor White venne giù a Zurigo dall’Inghilterra. Credo fosse un domenicano. Aveva scritto un paio di libri su Jung e la psicologia. Si mormorava che lui e Jung avessero avuto una grande lite sulla dottrina della Trinità, e Barbara Hannah, una delle più vecchie e intime amiche di Jung, anche lei docente all’Istituto, la tipica donna inglese alta, cavallina ed eccentrica, arrivò tutta alterata e lacerata sulla questione del Tre contro il Quattro, dichiarando che Victor White se n’era appena andato da Zurigo semplicemente perchè non riusciva a capire il Quattro. Sa, metà dei miei ricordi di Zurigo negli anni Cinquanta e Sessanta, o anche all’inizio dei Settanta, è fatta di incidenti del genere, colleghi che gridano e urlano, liti con gli amici dopo i seminari. (…) Forse le sto dando una visione unilaterale del pensiero, come fosse tutto passione e piacere e qualcosa di molto fisico. Pensiero è anche lavoro: duro lavoro. E anche una sorta di devozione o rigore – il che è anche di per sé un piacere, tra parentesi. (…) Una sorta di piacere anale, insieme sadico e masochistico.  Cercare molto molto duramente di farsi strada nel pensiero fino alla chiarezza. Correggersi. Cercare un riferimento che non si ricorda dove si è letto. Controllare, controllare, controllare. Leggere libri davvero tremendamente difficili, come la Ragion pura di Kant.”
Il piacere di pensare è un piacere erotico fatto di passione e di rigore, l’uno senza l’altro disperde il pensiero e lo fa diventare o sterile e accademico,  oppure un guazzabuglio di idee disordinate, una ammasso di informazioni senza connessioni. Il pensiero ha bisogno di rigore e il rigore ha bisogno di deviazione dalla norma per progredire.

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