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La rimozione è quel meccanismo di difesa che costruisce una barricata tra ciò che l’individuo può sapere di sé e ciò che l’individuo non può sapere di sé. Ma da cosa deve difendersi un individuo da se stesso? E da dove prende gli ordini questa rimozione per decidere cosa nascondere o meno all’individuo di sé?
La collettività stabilisce il confine tra lecito/non lecito, consentito/non consentito, buono/cattivo. Prendiamo ad esempio il sentimento dell’invidia. Chi oserebbe dire di sé “sono invidioso”? Nessuno, perché innanzitutto dovrebbe ammettere la sua inferiorità, onestà che pochi hanno, e poi dover ammettere che vorrebbe vedere la persona invidiata cadere in disgrazia. Cosa ci fa “non ammettere” di essere invidiosi? Gli dei dell’Olimpo erano invidiosi, vendicativi, crudeli, poco empatici, insomma un po’ “stronzi”, e andava bene così, a nessun scrittore classico sarebbe venuto in mente di edulcorare l’invidia di Venere o l’ira di Era. Poi è arrivata la cultura cristiana che ha irrorato la popolazione europea di bontà e di buone azioni: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, “Beati gli ultimi perché saranno i primi”, “Porgi l’altra guancia”, “Perdonerai settanta volte sette”. L’opera civilizzatrice del cristianesimo, che ha introdotto di certo una cultura più umana e più fraterna, è stata accolta con un altro meccanismo di difesa: la razionalizzazione. Affermare: “Sì, sì, dobbiamo essere tutti più buoni e vivere in pace”, non ci rende di certo buoni e pacifici. Sosteniamo razionalmente la necessità di essere buoni, ma poi negli “istinti” siamo rimasti incivili tanto e quanto come sempre!
La rimozione rimuove la parte cognitiva, o meglio la parte consapevole, non quella emotiva, che vaga nella nostra mente in cerca di espressione. Abbiamo cacciato gli dei, come direbbe James Hillman, ma essi sono tornati sotto forma di malattia. Non possiamo, seguendo Jung, rimuovere la nostra Ombra, che rappresenta quanto più di spregevole anima il nostro pensiero e comportamento, perché quanto più la cacciamo tanto più s’ingigantisce trasformandoci in mostri “civilizzati”. Per Freud invece questa carica energetica si sposta, si converte, si trasforma, si sublima, si coarta, insomma, la persona si costruisce un proprio sistema disfunzionale per far fronte alle sue problematiche inaccettabili, che la cultura in cui nasce non riconosce “politically correct”.
Ma la cultura chi la stabilisce? Ecco che qui torniamo indietro nella storia, in quel fumoso stadio primordiale in cui l’uomo tribale aveva deposto i primi mattoni della società con i suoi divieti e i suoi permessi. La società non è altro che un sistema di regole che l’uomo crea per la convivenza ordinata, tali regole sussistono perché l’uomo è sì un animale sociale, ma non troppo! Nello stabilire queste leggi l’uomo primitivo si rifà ad una legge più grande di lui, di origine sovrumana.
Se queste leggi attribuite a sistemi soprannaturali siano delle proiezioni che l’uomo ha compiuto o delle vere e proprie visioni noi non lo sappiamo e mai potremo saperlo; di certo erano parti di sé, ciò che l’uomo ha creato come cosmogonia fisica e metafisica, ricca di particolari, proviene dalla sua psiche primitiva, pertanto connotata di tali aspetti. Quella paleopsiche imperniata di divieti, norme, riti, rituali, cerimoniali, simboli, totem e iconolatrie varie è la base della nostra mente. Quale che sia l’autore originario, i simboli della mitologia primitiva rappresentano la mente umana nelle sue fondamenta.
Quindi la rimozione è opera della cultura, che a sua volta è opera dell’attività regolatrice dell’uomo, che a sua volta assume questa funzione “divina” di normatore della vita collettiva.
Ma la rimozione non opera sempre sugli stessi contenuti, essi cambiano di epoca in epoca. E chi li cambia e perché? È sempre l’uomo, che non è mai esecutore passivo di un ordine precedente, ma è anche un sovversivo capace di stravolgere i sistemi passati quando questi non sono più in sintonia con l’attività creatrice dell’uomo, ossia le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue innovazioni. Per quanto sia rigido un certo sistema sociale, in qualche scantinato c’è sempre un uomo che sta progettando il futuro. I più ampi salti evolutivi sociali sono avvenuti sempre a ridosso di scoperte scientifiche e invenzioni meccaniche, tecniche e tecnologiche che hanno permesso ad una sempre maggior fetta della collettività di poter accedere al benessere inteso come ricchezza e istruzione.
Per quanto sia bello pensare un mondo come Avatar, l’uomo è orientato da tutt’altra parte, verso altri tipi di miti. Ogni società ha i suoi miti, anche la società secolarizzata occidentale ha i suoi miti, invisibili e potenti, essi guidano la società attraverso una coscienza comune, una coscienza transpersonale, diversa dall’inconscio collettivo, poiché nell’inconsio collettivo sono presenti i processi, i meta-modelli, eterni e costanti, nella coscienza transpersonale sono presenti i contenuti, mutevoli e variabili. I contenuti sono la proiezione dei pensieri umani comuni ad una cultura e in grado di influenzare inconsapevolmente tutti quelli che ne fanno parte. Prendiamo ad esempio l’aggressività: è una dinamica, un’emozione che mette in moto determinati pensieri e comportamenti, così se nell’Antica Roma si invadevano sempre più territori e si cercava di espandere sempre di più il proprio imminente confine via terra, nell”800 gli Imperi si espandevano solcando i mari d’oltreoceano in cerca di materie prime, terreni, risorse e manodopera, oggi si invadono i mercati internazionali con titoli di borsa, speculazioni, declassamenti, multinazionali globalizzate senza più freni né regole. Ci siamo evoluti nei metodi ma le dinamiche sono sempre le stesse: dominio, conquista, gloria, espansione, onnipotenza, uso della forza e della povertà (utile strumento dei potenti, da sempre ardui oppositori dell’emancipazione dei popoli). A differenza dell’Antica Roma la nostra civiltà è più ipocrita: nasconde queste dinamiche dietro altre più socialmente accettabili, e così, ad esempio, un’industria che sfrutta le risorse dell’Africa è anche la maggiore benefattrice delle fondazioni che lottano contro la fame nel mondo, che a loro volta usano gran parte dei fondi per mantenere i loro brillanti palazzi dentro i quali si discute per anni e anni sulle emergenze nutrizionali mondiali e nel frattempo aiutano un piccolo paesino del Burkina Faso (giusto per far vedere che qualcosa fanno, insomma!).
Delirio? No semplice funzionamento atavico della mente umana, che seguendo i processi segnati dalla sua natura, procede nella storia verso un futuro che può senz’altro modificare a colpi di consapevolezza anticipata delle conseguenze delle sue azioni incaute, una consapevolezza che il bambino non ha, che l’adolescente non sempre ha, che l’adulto ha ma non sempre, e che l’anziano dovrebbe certamente avere, ma non è detto.

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