locandinapg1Fight Club è uno dei film più famosi degli anni ’90, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, in cui viene estremizzato il disgusto verso la cultura consumistica e la conseguente alienazione provocata da uno stile di vita basato soltanto sull’avere e sull’apparenza. Tra i tanti monologhi e le tante frasi celebri del film la più famosa è questa: “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” (The things you own end up owning you). Il libro viene pubblicato nel ’96 e delinea in pieno l’anima degli anni ’90 con le relative problematiche esitenziali. Il consumismo sfrenato veniva considerato un sistema massificatore, omologatore e dannoso per ogni individuo. Il giovane protagonista era arrivato ad avere un guardaroba di tutto rispetto, e un arredamento che rispecchiava una personalità dettata dai cataloghi Ikea, ma nonostante il benessere raggiunto, e i beni posseduti, l’insoddisfazione di fondo di una vita vuota e insignificante non gli dava tregua trascinandolo in un’insonnia profonda e nella conseguente dissociazione, agita poi nel Fight Club.
Bei tempi però, dove ci si poteva lamentare del benessere e del consumismo, e con un ruolo lavorativo nel quadro medio impiegatizio si poteva uscire a fare shopping con svariate carte di credito per poi rendersi conto, solo a posteriori, che “i soldi non fanno la felicità”.
Nel frattempo, visto la tanta puzza sotto il naso degli esseri umani verso il tanto bistrattato consumismo, la non-felicità ha deciso di cambiare target e invertire la rotta tornando a convogliarsi in un sempre più ristretto numero di persone felicissime di essere tanto infelici e alienate sui loro lussuosi mega yacht al largo delle isole Fiji.
Il rapporto Working for the few, diffuso dalla Oxfam, riporta dati sconcertanti per la loro sporoporzione: 85 Paperoni possiedono l’equivalente posseduto da 3,5 mld di persone.
La ricchezza dagli anni ’90 in poi, dopo il boom economico e l’American dream a portata di tutti, si è ridistribuita in modo molto asimmetrico, per cui se prima avevi delle possibilità di carriera, o anche un ottimo impiego, potevi permetterti di comprare tutto il coordinato Ikea più svariati Armani e Prada, adesso quelle regole, in un mercato globalizzato e lobbistico, non valgono più. Il trend si sta dirigendo verso una spartizione della riccheza molto netta: o sei straricco e sei semi-povero.

locandinaIl film Il potere dei soldi, tratto dal libro Paranoia di Joseph Finder, inizia con un monologo assai diverso da quello di Fight Club, ed è rappresentativo del corrente periodo storico-sociale anni ’10 del XXI secolo: “Apparteniamo ad una generazione che si è vista rubare il futuro sotto il naso. Il sogno americano che hanno conosciuto i nostri genitori ci è stato scippato da uomini disposti a mentire, imbrogliare e rubare per proteggere la propria ricchezza. Un tempo se prendevi voti alti entravi in una buona università, ottenevi un buon lavoro, e dopo quindici anni di duro impegno mettevano il tuo nome sulla porta, ma quel mondo è sparito.” Il monologo poi continua in maniera ancora più calzante: “Lavoriamo per la Wyatt Corp, una delle prime dieci aziende tecnologiche del pianeta. Quando ci hanno assunto eravamo pronti a conquistare il mondo. Dopo sei anni eravamo ancora degli umili robot da scrivania, lì a guardare i nostri capi portarsi a casa dei bonus osceni, mentre i nostri stipendi restavano fermi a livello minimo.”
Una banale frase del film, che non diventerà di certo famosa come quella pronunciata da Tyler Durden, né credo l’autore aspirasse a tanto, è emblematica: “Sarebbe bello poter pagare le bollette e mangiare nello stesso mese”; frase pronunciata da un amico-collega del protagonista, anch’egli a caccia dell’invenzione smart che darà una svolta alla propria vita. Perché oggi funziona così: o sei un genio e t’inventi una roba alla Gates, Jobs, Zuckerberg e compagnia bella, oppure scegli ogni mese cosa fare con il tuo stipendio: o mangi o paghi le bollette (oppure bussi alla porta di mamma e papà).

Dall’impiegato box-scrivania anni ’90 all’eterno pivello start-up anni ’10 del secolo successivo cosa è cambiato? Si è passati dalla sovrabbondanza della cultura dell’avere che non ti permetteva di essere, alla mancanza di certezze che non ti dà nemmeno la possibilità di sopravvivere, figuriamoci di essere!
Morale riassuntiva dei due film a più di vent’anni di distanza l’uno dall’altro è che non puoi esistere in una società che non offre pari opportunità a tutti i suoi membri, che non ti dà la possibilità di accedere al benessere diffuso, e dove 85 super-ricchi hanno quanto la metà della popolazione mondiale, e le leggi sono sempre più a favore dei primi. Dall’alienazione siamo arrivati al nichilismo. La via di mezzo non esiste più, la flessibilità non garantisce stabilità, ma solo una serie di alti e bassi con picchi in picchiata sotto l’ascissa e piccole collinette ad di sopra di essa.
Ricchi sempre più ricchi e privilegiati e poveri sempre più poveri e senza nessun diritto: stiamo davvero tornando indietro? Non possiamo fare davvero nulla se non subire passivamente la flessibilità del mercato del lavoro mentre grandi capitali si spostano sorvolando le nostre teste in codice binario?

Un tempo la metafora migliore dei sostenitori del capitalismo era quella della ricchezza simile ad un fiume che scorre a valle irrorando tutti con i suoi rivoli, adesso hanno innalzato gli argini dei fiumi e i rivoli si sono prosciugati. L’enorme portata del fiume sfocia negli oceani che appartengono all’1% della popolazione mondiale, mentre al 99% non rimane che stare a guardare l’imponente massa d’acqua che scorre via senza poterne prelevare nemmeno un secchio se non in cambio di ore e ore di duro lavoro.
Al neoliberismo selvaggio, al turbocapitalismo, alla dittatura dell’alta finanza, non si sa bene quale ideologia contrapporre se non quella della giustizia sociale e dell’anti-politica affiliata alle lobby diventate ormai delle moderne caste: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori per sempre.

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