per articolo la grende b.

La grande bellezza, classico film italiano, genere impegnato, che non dice nulla direttamente ma vuol lasciare intuire tutto apertamente. Quel lasciare intuire talmente voluto da non essere poi così diverso dall’espressione verbale diretta: viviamo in una società decadente e nichilista, vuota di valori e annientata di senso, dove il deserto emotivo si traveste da giungla per non morire di aridità, dove l’individuo egocentrico e narcisista si ridicolizza pur di comparire (un gradino ancora più basso dell’apparire nella scala del degradante abuso d’immagine come unica identità possibile), dove pur di vendermi mi svendo, dove l’individuo non individualizzato scompare del tutto e perde di significato dietro lo sfondo della Roma eterna.
E non che non vi fossero vizi nella Roma antica, nella Roma papale, nella Roma repubblicana, anzi ve ne erano molti, ma insieme a loro spiccavano grandi virtù, grande voglia di bellezza, una bellezza che non si voleva solo per lo sfoggio di sé, ma si voleva per Dio, per l’arte, per i posteri, o semplicemente per i capricci di imperatori, patrizi, papi, nobili e i primi borghesi che si conquistavano dignità con l’apprezzamento dell’arte.
Oggi sono rimasti solo i vizi, compresa la virtù stessa. Si studia, si scrive, si inventa, si fa arte, un’arte immediata, frettolosa, agita dal protagonista che vuole fondersi con la sua opera (ma un corpo giammai si renderà eterno). Nessuno affida più commissioni agli Artisti perché ognuno considera se stesso un artista: l’arte è diventata l’ultima spiaggia dei “senza io”.
Cosa vogliono gli uomini del 2000 dall’arte? Sembra persino una dissonanza: 2000, anno del futuro liquido e lucido (un futuro i cui effetti speciali dobbiamo ancora vedere), e arte, un patrimonio solido e opaco che il passato ci ha lasciato a testimonianza di una vita vissuta male, ma vissuta al futuro, inteso come eterno (gli artisti commissionati dai ricchi non avevano la stessa visione dei ricchi, avevano visioni fuori dal tempo; tranne rare eccezioni, l’arte non è roba per ricchi).
Il cinema è forse l’unica forma d’arte contemporanea degna di nota: il cinema come testimonianza del presente senza ambizioni future. Un ritratto antropologico dell’epoca degli eccessi e dell’alienazione più aberrante, fino al disconoscimento delle componenti umane. Un uomo deformato dal potere, se ce l’ha, e dalla voglia di potere, se non ce l’ha. Potere che è sinonimo di soldi, e se hai i soldi ti senti come un Dio snaturato in un mondo ateo e senza morale, un Dio che ha solo facoltà di decidere le sorti degli uomini, ma senza misericordia. Forse proprio quel Dio che nella sua assenza di segni plateali viene assunto come modello carente di sé: chi ci ama ci salva; e anche se ci dicono che siamo stati già salvati, noi non ne abbiamo la prova diretta, e per tanto non lo crediamo. Abbiamo perduto la concezione escatologica della vita, la volontà è una bozza del puro momento, il carpe diem si ferma al minuto, troppo lungo il giorno da sopportare. E cosa è diventato l’uomo? Un semi-uomo in atto, ben lontano dal semi-dio in potenza dove Dio, o la Natura, l’aveva posto.
Ogni film italiano, che tutt’al più si dà l’ambizione della profondità poetica, non fa che decantare l’impotenza dell’arte nella sua raffinata caraffa scenografica (e l’Italia si offre come palcoscenico di ultramillenaria bellezza), per poi versare un sorso di nulla dalla consistenza corposa ma dal retrogusto artificiale.
La grande bellezza appartiene al passato, la grande tristezza è il presente, una tristezza che appartiene solo a chi osserva, e oltre che scuotere la testa in segno di disapprovazione non può proprio fare. Non hanno potere espilicativo le parole per articolare il nulla che vive (e non vive) nelle comparsate della bella vita romana. Fittavoli di scampoli di notorietà nell’attesa di affrancarsi a quella vera che li trascinerà per risonanza: se i simili riconosceranno i simili la non-arte offre un posto fittizio a tutti. I capricci borghesi sono sempre gli stessi, così come la loro immane arroganza. In un mondo dove i soldi comprano tutto non c’è giustificazione intelligente e brillante che non venga in soccorso per un compenso considerevole. Penso agli scrittori mercenari: “Scrivo per la gente scema, il pubblico dozzinale lo vuole e io glielo do, è intelligente perché so di farlo per questo fine”. La differenza tra intelligenza e stupidità sta nel farlo, non nel saperlo: “Chi non lo farebbe? Rinunceresti ad un mucchio di soldi per i tuoi principi? Sei stupido se lo faresti, e poi di cosa vivi, di ideali?”. Ma c’è anche chi crede davvero in quello che produce, ricoperto di qualunquismo da capo a piedi, stupido e persino sincero.
Date al pubblico la denuncia della superficialità e penserà di aver visto qualcosa di profondo.

Annunci