locandinapg1Secondo gli studi intrapresi e la professione che svolgo dovrei conoscere e trasmettere ai miei clienti i mezzi psicologici per raggiungere il successo, mezzi psicologici “potenti” messi a punto nel favoloso trentennio ’60-’90 e che sono stati dedotti da persone che il successo l’avevano già raggiunto (andiamo un po’ a vedere che fattori X in più hanno rispetto ai “perdenti”?): sì certo, agentività, resilienza, locus of control interno, Ts = (MsxPsxVs) – (MefxPfxVf), bisogni accretivi, ottimismo, programmazione positiva, “come se”, cambiamento strategico del proprio pensiero, ristrutturazione cognitiva, problem solving laterale, e triplo salto carpiato all’indietro con rilancio trasversale del semi-asse psicocentrico, e blablabla… Tutti fattori cognitivi e motivazionali razionali. Se nel campo della psicopatologia sono state raggiunte delle certezze abbastanza costanti e prevedibili, nel campo del successo professionale no! Chi di solito ha bisogno di un consulente, un life coach, un esperto di comunicazione strategica, è qualcuno che vuole incrementare il proprio successo, non che lo deve raggiungere da zero! Purtroppo in quest’ultimo caso tutte queste mirabolanti tecniche psicologiche (che ossimoro imbarazzante!), rassicuranti e foriere di successi assicurati, non funzionano affatto.
Innanzitutto la motivazione non la si può far scaturire dal nulla, e andare a lavorare su quel nulla è qualcosa di diverso dal “pensa come se avessi già raggiunto gli obiettivi prefissati”: per cui il coaching dovrebbe essere solo business e sport coaching, per chi vuole raggiungere l’eccellenza, non per costruire il primo stadio motivazionale che consiste nel creare e costruirsi un autostima “sufficientemente buona e nutriente”.
Le tecniche di analisi transazionale esportate ad azioni da intraprendere sul piano fattuale, pioché il coach non ha né le competenze né il permesso di entrare in merito a dinamiche di natura più profonda e patologica, offrono strumenti su cui lavorare in concreto, non interiormente, come invece l’analisi transazionale è preposta a fare. Un abuso e un’esportazione di tecniche che nulla hanno a che fare con le reali dinamiche interne che portano le persone a sentirsi “non ok” e a costruirsi un copione perdente (decisione che prendiamo nella prima infanzia) è perciò sconsigliato a chi debba lavorare su persone che non hanno la più pallida idea di cosa fare nella propria vita, o perché vada tutto così male.

Il coaching è invece utilissimo e di primaria importanza per chi ha già una professionalità e vuole metterla a frutto, vuole migliorarla, o vuole raggiungere l’eccellenza. Come processo di esecuzione della migliore prestazione possibile, sportiva o professionale, è uno strumento efficace e concreto e non si basa sulla motivazione (che già occorre possedere), ma sui passi concreti da svolgere, sulle intuizioni da seguire, gli ostacoli da superare, gli aiuti da trovare, i limiti da abbattere. Su un soggetto già “ok”, non su uno che è ai limiti tra disturbo distimico e depressione e va alla ricerca nella vita di tutte quelle situazioni che gli confermino che non vale nulla!

Il coaching lavora sull’autoefficacia che è un’autopercezione delle proprie capacità effettive e concrete, valutabili dalle azioni svolte più o meno bene, e verificabili; non lavora sull’autostima, cosa ben diversa e molto più profonda e difficilmente estraibile dai bassi fondi dell’anima dove si annidano le peggiori immagini circa se stessi e la vita. L’autoefficacia si rivolge al piano dell’essere, l’autostima al piano del valore: di solito una buona autoefficacia è conseguente ad una buona autostima, e non viceversa. La buona autostima si costruisce a casa e si rafforza man a mano che il bambino si affaccia e mette in atto se stesse nella sfera sociale: sente di valere qualcosa e può dimostrarlo. Mentre chi non ha dentro di sé quell’amore e quella fiducia come persona degna di amore e stima anche da parte degli altri, non cercherà di dimostrare un bel niente! Anzi cercherà di dimostrare che non vale nulla e che non è degno di amore e di stima. Andrà in giro a raccattare il poco amore di seconda mano e accetterà professioni autolesive (spesso con dei capi, titolari, direttori, umilianti e tiranni) che capitano a caso sulla loro strada, senza percepire la capacità e il potere interno di decidere cosa fare della propria vita, né tanto sentirsi la dignità di averne diritto.

Una buona dose di ottimismo, fiducia nel futuro, pensiero positivo e creativo, speranza, sicurezza di sé, felicità senza causa esterna visibile (meglio dire serenità interiore), motivazione incrollabile nel raggiungere le migliori competenze sopportando gli innumerevoli ostacoli e le tante seccature del percorso di formazione, sono tutte qualità caratteriali essenziali per chi vuole raggiungere il successo professionale, ma non si possono impiantare a secco! Pensa così che sarai così. Le persone che hanno raggiunto il successo nella loro vita erano già così in partenza! L’ottimismo, la resilienza, la perseveranza nonostante gli insuccessi, sono caratteristiche di chi “ce l’ha fatta” perché aveva le determinanti caratteristiche della personalità di successo.
Come spiegare chi nonostante l’ottimismo, la tenacia, la resilienza e la perseveranza invece di fare l’attore drammatico sta lavorando come animatore nei club vacanze? O chi invece di fare l’interprete, conoscendo 6 lingue, sta vendendo mutande e calzini in una catena di abbigliamento intimo? Il life coaching dovrebbe proporre che cosa? Un senso di autoefficacia riverberato dalla messa in atto di un piano d’azione che ha prodotto ottimi risultati? Risultati valutabili da un obiettivo che deve avere criteri ben definiti per essere attuato? Per chi non ha un briciolo di autostima perché nel profondo non crede in se stesso, e non può farlo perché fin da bambino ha imparato a non stimarsi, il coaching non può essere operativo. È inutile stilare un piano d’azione e verificare di volta in volta gli autosabotaggi inconsci che la persona mette in atto pur di confermare a se stessa di non valere nulla, proprio come ha imparato a programmarsi dall’infanzia. Il coaching funziona per chi già funziona: per questo è attivo e operativo nelle grandi imprese di successo, nelle grandi aziende, nei campioni sportivi, nelle alte sfere dirigenziali e su tutti coloro che hanno raggiunto massimi livelli di prestazione, e sui quali è possibile lavorare benissimo sull’autoefficacia.
Al di qua della linea gialla si lavora sull’autostima, sulla percezione di sé, sulla propria storia e sulle proprie dinamiche interiori, liberarsi di tutti i meccanismi distorti e le contaminazioni derivanti da un’infanzia la cui risultante è il non sentirsi all’altezza. E per questo occorre intrapendere un percorso molto più complesso, faticoso, lungo e profondo.

Nel film “La ricerca della felicità”, nonostante tutte le difficoltà, cos’è che sprona il protagonista a non arrendersi: l’autostima o l’autoefficacia? In questi casi la personalità di successo del protagonista era già inscritta nella sua massima fiducia in se stesso e nelle possibilità della vita, nella sua perseveranza data dalla consapevolezza che la vita sarebbe dipesa dal suo impegno e dalla sua forza di volontà. Una volta entrato nella compagnia, dopo la fatidica esclamazione “Sì, ce l’ho fatta”,  allora sì che si può migliorare la propria autoefficacia, la propria comunicazione efficace, la propria strategia di pensiero, la propria operatività strategica: tutte operazione fattuali e concrete che prima del traguardo sarebbero del tutto inutili, frustranti, se non addirittura dannose.

(fonte immagine)

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