7925175914_a859e11a10_o“Basta volerlo”, “Sei tu che non vuoi”, “Non stai male, è una questione di testa” (ma va!), “Smettila con queste lagne, se solo volessi staresti meglio!”… E la lista è lunga, tutti psicologi con la soluzione pronta in uno slogan.
Hai l’ansia, sei depressa, soffri di attacchi di panico, non ti va di uscire, non ti va di mangiare, mangi troppo, continui a fumare o bere nonostante serie proibizioni mediche, non riesci a prendere mai una decisione ben precisa, non riesci ad essere coerente con le tue scelte, cambi idea ogni minuto, sei eccessivamente nervoso e non riesci a gestire lo stress, non sopporti le frustrazioni, hai più di 30 anni e non sai ancora cosa fare da grande, non riesci ad andare avanti negli studi mentre sogni di essere il nuovo Einstein, passi ore e ore davanti ad uno smart-screen, ti senti solo e ignorato a causa del tuo ultimo post senza “mi piace”, attachi sempre una lagna continua su fantomatici sintomi predittori di malattie terminali, hai pensieri intrusivi e ricorrenti che non riesci a toglierti dalla mente, devi controllare di aver chiuso le finestre tre volte prima di uscire e prima di andare a dormire, stai soffocando in una relazione opprimente ma non riesci ad uscirne, ti senti sempre in dovere di intervenire per salvare una situazione e poi ti consumi di sensi di colpa per ciò che hai fatto o non fatto, hai paura che uno sguardo possa perforarti il cranio, che un alieno ti rapisca, che una catastrofe stia per avvenire, ti senti addosso tutte le critiche e tutti gli scherni dei passanti, ti senti perennemente giudicato, non riesci a gestire il tuo denaro, hai bisogno di comprare sempre cose nuove, hai paura del futuro, sei angosciato per il passato, sei assente nel presente? Insomma per uscire da tutte queste “situazioni” basta volerlo, facile no? “È solo una questione di volontà, tu non hai niente che non va, ti fa comodo stare così e i problemi esistono perché sei tu a volerlo”. Oh! Ecco che ha parlato il Verbo!
Come al solito genitori, amici, colleghi, insegnanti, e a volte anche una certa tipologia di psicologi, tentano di colpevolizzare il soggetto affetto da disturbi mentali lievi o moderati (quando sono gravi si guardano bene dall’affermare idiozie simili!) come se lo accusassero di sogghignare tra sé e sé: “Eh, eh, che bello io sto male e voi no, io sono felice di vivere una vità a metà e voi no!” (certo è il sogno di tutti non vivere una vita piena e non avere soddisfazioni nella vita, no?).
Una volta per tutte, e una volta ancora: la malattia è l’alterazione di un equilibrio, e sebbene i sintomi dei disturbi psicologici hanno dei vantaggi secondari (che vanno dall’ “evitamento delle responsabilità” al “bisogno di dipendenza”), i vantaggi primari corrispondono alla rottura dell’equilibrio psichico. Purtroppo traumi o microtraumi sommati hanno alterato l’equilibrio in maniera più o meno grave a seconda della precocità e della gravità del trauma subito. A nessuno piace stare male, a nessuno, nemmeno ad un ipocondriaco o ad un agorafobico che vivono nella paura che possa accader loro qualcosa di brutto: loro non hanno purtroppo la capacità di controllo, a dispetto di ogni teoria ingenua sulla volontà onnipotente con cui è possibile dirigere il nostro comportamento, le nostre emozioni e i nostri pensieri nella maniera più funzionale e appagante per noi stessi e il nostro benessere. Un luogo comune che purtroppo nell’ambito dei disturbi mentali, specialmente quelli in cui il funzionamento globale non è severamente compromesso, è duro a morire. Come non ci provochiamo intenzionalmente un’influenza, un reumatismo, un’infezione, una rottura di un femore, così non ci provochiamo intenzionalmente un attacco di panico, una fobia, una dipendenza, una chiusura verso il mondo esterno, un’eccessiva espansività fuori luogo. Seppure su piani diversi, hanno gli stessi meccanismi patogeni: un percorso “accidentato” e “accidentale”.
Perché sul piano mentale viene tirata fuori la questione della volontà? Come mai colpevolizziamo il soggetto che presenta sintomi psichici? Il vantaggio primario è proprio la messa in sicurezza di emozioni dolorose, e queste emozioni dolorose non fanno meno male di una lussazione alla spalla o di una colica renale. Anzi, sono più penose, talmente penose che la mente ha pensato bene di escluderle dalla coscienza e sostituirle con un sintomo che altera la personalità. Il danno più grave non è la sintomatologia di per sé, ma il fatto che l’individuo affetto da un disturbo psichico non avrà mai il piacere di conoscere il suo sé autentico, un falso sé ha preso il sopravvento per evitare tutta una serie di angosce molto profonde e ciò fa in modo che l’individuo continuerà a portare una maschera invece di sperimentare se stesso nella sua unicità e originalità.
Purtroppo le sintomatologie sono livellanti, e sempre le stesse, chi ne soffre racconterà al terapeuta le stesse identiche cose, perché la mente usa gli stessi identici meccanismi per difendersi dai traumi. Dov’è la colpa in tutto questo processo? Dov’è la volontà? La volontà proprio perché è stata azzoppata ha reso l’individuo fuori controllo dal proprio comportamento cosciente, e seppur si renda conto che non vuole fare, sentire o pensare certe cose, continua a farle, sentirle e pensarle. Lo fa di proposito? Basta solo un po’ di buona volontà senza nessun aiuto per recuperarla? Fosse così semplice e semplicistico la psicologia non servirebbe, anzi, sarebbe proprio una disciplina superflua, “aria fritta” come pensano in molti in un qualunquismo sparso in mille luoghi comuni per poi lanciarsi in dietrologismi spiccioli da psicologo da bar: “Secondo me tu lo sai cosa è meglio per te ma ti ostini a far finta di non saperlo perché ti fa comodo, così non affronti i tuoi problemi”.
Chi ha dei problemi psichici lievi o moderati, che rientrano nei disturbi d’ansia, nei disturbi dell’umore più lievi, nei disturbi della personalità meno gravi, non è affatto felice, e se è tutto uno show per non vivere una vita piena e matura, credete forse sia un vantaggio alla fine? Proprio no, e lo sanno bene quando se ne rendono conto sul serio, quando sanno che hanno sacrificato la propria vita, e il proprio destino, sull’altare di un bambino ferito e traumatizzato, perché dietro ogni patologia c’è un bambino aggredito (in diverse forme, non solo quelle più dirette) e indifeso.

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