l.phpSono trascorsi mesi da quando non aggiungo articoli nella categoria “Love coaching”, un po’ per altri tipi di impegni e un po’ perché non mi sono più capitati casi di mal d’amore, unica fonte di ispirazione grazie alla quale ho la possibilità di vedere dal vivo sempre i soliti meccanismi ed esclamare: “Ecco, ci risiamo, la bella addormentata nel bosco con un occhio chiuso e uno aperto per vedere se arriva il principe che la bacerà e la sveglierà dal lungo sonno della fanciullezza”. Un principe fantoccio che puntualmente invece del bacio del vero amore le darà il bacio di Giuda.
Brutalmente parlando chi non trova l’anima gemella è perché è già impegnata. E con chi? Con il padre idealizzato da bambina (o la madre nel caso di maschietti in cerca dell’anima gemella sempre sbagliata).

Non aveva poi torto Freud quando spiegava che nel partner cerchiamo chi più assomiglia al genitore del sesso opposto, ma ciò che Freud trascurava è che chi non lo trova è perché non vuole rinunciare alla propria bambina sognante.
Intendiamoci, non lo facciamo consapevolmente, ma se sapeste quanto di ciò che viviamo da fanciulli incide sulle decisioni da adulti non esitereste un attimo ad andare in terapia per cambiarle immediatamente.
Lo so che può sembrare banale, specialmente dopo che l’infanzia ha subito una brusca inflazione con l’avvento della terapia cognitivo-comportamentale (non serve scavare a ritroso ma occorre trovare una soluzione nel presente), ma nelle terapie post-razionaliste, che si rifanno alle teorie sull’attaccamento, la qualità delle cure parentali e le prime relazioni madre-bambino sono tornate in scena e hanno riacquistato credibilità “scientifica”: se abbiamo un tale presente è perché dentro di noi abbiamo incamerato delle modalità relazionali che si sono sviluppate nell’infanzia e che mantengono nel qui e ora tutta la loro carica affettiva instradandoci, “a nostra insaputa”, verso ciò che razionalmente non vorremmo ma che puntualmente facciamo (il famoso “ci sono ricascata un’altra volta, ma perché?”).
Quindi cosa dire alle povere Barbie che ho collezionato in tutti i miei articoli? Che non hanno nulla da recriminarsi, che l’autosvalutazione e l’accettazione di ogni compromesso, giustificandolo oltre misura con alibi di carta velina, sono delle modalità relazionali invischiate che possono cambiare, che non sono costrette affatto ad accontentarsi, né tanto meno a soffrire a causa di un “truffaldino amoroso dudu-dadadà”, che la soddisfazione più grande l’avranno quando ripenseranno ai loro vecchi flirt e si sentiranno teneramente “sprofondare di vergogna” al pensiero “ma come ho potuto fare?”.

(fonte immagine)

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