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Piccola premessa: cos’è il Web 1.0, 2.0, 3.0 e 4.0? Il Web 1.0 era il web statico, tu ti dovevi muovere per cercare i contenuti che ti servivano, il Web non ti proponeva nulla, non incrociava dati e se non sapevi come trovare un’informazione ti dovevi solo arrangiare (dovevi alzare il culo dalla sedia e andare a fare la spesa se volevi mangiare)! Arriva il Web 2.0, ed ecco la prima interazione tra utenti: anche io do informazioni, interagisco con altri utenti, chiedo e do suggerimenti per trovare soluzioni (gli ingredienti sono serviti, la ricetta c’è, devi solo cucinarli). Ed ecco il Web 3.0: il Web semantico che incrocia dati, incamera i contenuti che vai cercando e ti dà le soluzioni, non si tratta più di digitare parole chiave, ma vere e proprie domande (la pappa è sempre più pronta). Oltre al Web semantico si sta già pensando al Web 4.0, una sorta di alter ego virtuale che risponde ai tuoi comandi e porta avanti ogni tua esigenza più noiosa e seccante mentre tu puoi fare altro di più eccitante e utile per la tua vita (la pappa è anche digerita).
Seguendo questo assurdo parallelismo possiamo classificare gli stili genitoriali con le varie versioni del Web: passiamo dal Web statico: io ci sono ma arrangiati, al Web interattivo: ti do una mano, al Web semantco: ti dico io cosa devi fare, al Web Ubiquitous: faccio io per te mentre tu fai altro.
Ma cosa succede se tutto questo aiuto virtuale non è un servizio che ci aiuta nella gestione delle attività giornaliere ma è un sostituto della crescita? Genitori che si sostituiscono alle responsabilità dei figli a scuola, nello sport, nella vita sociale, nelle scelte amicali, tutto questo aiuto, questo accoramento, fin dalla più tenera età, tutta questa premura genitoriale nell’evitare ai figli un trauma (persino un libro dimenticato a scuola può essere fonte di trauma, presto andiamo a recuperarlo!). Cos’è tutta questa isteria di massa riguardo la scuola? Perché i genitori hanno il terrore che i figli non riescano a superare le quotidiane, piccole, difficoltà della vita scolastica? Come hanno sviluppato la convinzione che persino un compito non fatto possa turbare così tanto il figlio da causargli danni importanti nella propria struttura di personalità? Come hanno maturato la malsana idea che crescere bene equivalga a non avere ostacoli da superare, frustrazioni da gestire, sconfitte da elaborare, strategie difensive da costruire? Certo i genitori non sono psicologi, non sanno che i figli si identificano con ciò che sono e non con ciò che vogliono. Se sono in preda al panico perchè il figlio non sa risolvere il problema del contadino che deve comprare un tot di paletti per recintare un orto romboide dal lato di 5 mt equidistanti un metro, credono per caso che il figlio si identificherà con la loro voglia di farlo diventare il nuovo Einstein? No, il figlio si identificherà con la loro paura, con ciò che essi sono in quel momento: persone spaventate, in ansia, preoccupate, e alla fine arrabbiate, frustrate, isteriche. E cosa imparano, tra l’altro? Che se mio padre o mia madre mi aiuta io sono un incapace. Questa è la convinzione implicita, dietro il desiderio esplicito: che bello, non devo fare niente!

Il processo di identificazione, di condizionamento, di adattamento, di programmazione parentale, di modellamento (chiamatelo come vi pare) è un processo inconscio e automatico, il bambino non pensa in maniera consapevole: “Mia mamma mi sta aiutando perché sono un incapace”, “Oppure mamma ha paura quindi non mi sento sicuro”, no, il bambino penserà, giustamente: “Che bello posso giocare di più alla Wii o alla Play Station.”

(fonte immagine)

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