Quanti livelli di pensiero esistono su di me e gli altri? Secondo lo psichiatra svizzero Ronald David Laing i livelli di pensiero sono tre: prospettico, meta-prospettico, e meta-meta-prospettico. 1- Ciò che penso di me; 2- Ciò che immagino l’altro pensi di me; 3- Ciò che immagino che l’altro creda che io stia pensando.
Il primo livello, quello più personale è anch’esso divisibile in ciò che pensiamo di noi, come ci raccontiamo agli altri, come siamo realmente (e non sempre sono coerenti tra loro).
Nel secondo livello iniziano le ipotesi e soprattutto entrano in gioco le proiezioni: ipotizzare senza verificare la realtà è proprio ciò che mantiene viva la proiezione come meccanismo di difesa che ci protegge dal prendere atto che anche in noi albergano parti negative e indesiderate (come in ogni uomo) che se non vengono adeguatamente integrate vengono scisse, rimosse e proiettate. Per tale motivo è fondamentale conoscere se stessi in profondità, riappropriarci di un Sé narrato coerente e non frutto di fantasie supportate da proiezioni.
Il terzo livello è patologico: iniziano le ipotesi sulle ipotesi: io credo che tu stia pensando che ti potrei fare questo e tu poi potresti fare quest’altro, ecc. Insceniamo un film privato nella nostra mente con tanto di sceneggiatura, scenografia, e quasi mai un lieto fine!
Bene o male tutti noi ci alterniamo tra i tre livelli, il cut-off tra la patologia e la “normalità” è l’intensità e l’estensività: quanto tempo e con quanta tenacia ci dedichiamo alla costruzione delle nostre pseudo-teorie su di noi e gli altri.
I tre livelli di pensiero sono concatenati, causali e autorinforzantisi: la qualità del primo genera il secondo che genera il terzo che conferma il secondo che conferma il primo. Ad esempio: io penso di essere bravissima nel mio lavoro, ma in realtà commetto moltissimi errori di cui non mi accorgo, qualcuno me lo fa notare e io inizio a pensare che gli altri ce l’abbiano con me perché non apprezzano il mio lavoro! Questo è ciò che Laing chiama elusione e la definisce come un soggetto che vive “dietro un velo invisibile che la separa dalla schietta appercezione della realtà e della verità della posizione in cui essa si trova riguardo a se stessa e agli altri” (Laing, R., 1969, L’Io e gli altri – Psicopatologia dei processi interattivi, Einaudi: Torino). E quel velo invisibile è proprio il velo di ciò che non vogliamo sapere di noi perché la ferita narcisistica sarebbe troppo dolorosa da sopportare.
Seguendo l’esempio supponiamo che io diventi sospettosa e inizi a immaginare che tutti i miai colleghi siano invidiosi di me, che stiano macchinando chissà cosa, che sparlino di me alle mie spalle, che stiano tramando un complotto, ecc. Il livello di intensità/estensività si innalza e il tempo speso a pensare ciò che gli altri pensino di me è sempre maggiore e invalidante.
L’ulteriore livello è la messa in scena del film: allora io sono a lavoro e sicuramente gli altri si danno da fare per screditarmi, pensano che io sia stupida che non me ne accorga, in realtà mi darò da fare più di loro per far vedere che sono io la migliore, ma sono sicura che poi se ne accorgeranno e faranno di tutto per buttarmi ancora più fango addosso. Allora escogiterò un’altra mossa, mi ritiro e faccio il minimo indispensabile così gli faccio vedere che significa mandare avanti il lavoro senza di me. Poi voglio vedere se hanno ancora il coraggio di insinuare che non sono io la migliore, senza di me non vanno da nessuna parte.
E sono proprio quelle persone che poi candidamente esclamano: “Certo lo so che tutti sono utili e nessuno è indispensabile!”, sperando che il mondo vada in rovina senza di loro. Che narrazione fanno di sè? Come si raccontano a se stesse e come si raccontano agli altri? Se la cantano e se la suonano diremmo in un gergo profano!
Quante volte ci troviamo invischiati in simili processi proiettivi? Quante parti di noi non vorremmo vedere e che appiccichiamo sul volto degli altri? Quanto di noi siamo disposti a mettere in discussione? Siamo aperti all’introspezione e all’auto-osservazione?
La conoscenza di sé apre davvero “le porte della percezione” della realtà, tenere sotto controllo il meccanismo proiettivo è il primo passo nel viaggio verso la scoperta del proprio Sé autentico.

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